Scure sugli stipendi d’oro

Alleanza nazionale ha proposto tagli per un miliardo di euro ai costi della politica: a cominciare dagli emolumenti dei parlamentari. Mi associo. Il colpo di scure, abbastanza misericordioso, rappresenta comunque un buon segnale. Ma temo che non se ne farà nulla, come temo che non si farà nulla d’una riduzione del numero dei deputati e senatori (cautamente prevista, se ricordo bene, per il 2011). Il punto è che ogni misura di rigore nei confronti dei parlamentari deve avere l’approvazione dei parlamentari stessi, molti dei quali non sono disposti al sacrificio. Eppure la disinvoltura spendacciona cui gli eletti dal popolo si abbandonano, quando sono in discussione i compensi loro e del sottobosco politico a loro legato, è forse il maggior motivo di discredito del Parlamento.
Di solito queste richieste d’austerità incontrano due obbiezioni. La prima può essere così sintetizzata: la politica ha dei costi, inutile scandalizzarsene. La seconda è che le somme in questione appaiono insignificanti a paragone delle montagne e alle voragini di denaro del bilancio statale. Alle obbiezioni si accompagna sovente la qualifica di qualunquista per chi attenta, con i volgari conti della serva, alla sacralità del Parlamento, ossia alla democrazia.
Ho più rispetto per i conti della serva che per la retorica. Intendiamoci: sui costi della democrazia e sull’esigenza che la collettività se ne faccia carico sono pienamente d’accordo. Purché si tratti di costi necessari e ragionevoli. È ovvio che ai parlamentari spettino indennità decorose, perché se così non fosse la politica rimarrebbe riservata - in secoli passati era pressoché la regola - a chi abbia del suo. Ma è giusto che gli italiani siano largamente in vetta alla classifica retributiva dei parlamentari nazionali ed europei? Siamo davvero così ricchi? È giusto che i consiglieri regionali chiedano e di solito ottengano, in cambio d’un impegno non massacrante, indennità pari a quelle elevatissime di deputati e senatori? È giusto che il Quirinale sia un fortilizio di privilegi?
Il problema non riguarda tanto l’ammontare della cifra globale sborsata dai contribuenti - tutt’altro che trascurabile - quanto l’esempio e la lezione morale, o immorale, che dai palazzi del potere viene data ai cittadini. Sappiamo tutti che una riforma del sistema pensionistico è inevitabile, se non si vuole che gli enti previdenziali dichiarino bancarotta. Sono dolorose, ma inevitabili e sagge, leggi che ritardino il pensionamento ed evitino abusi. L’unico punto discutibile d’ogni legge di questo genere sta nel fatto che a deliberarla sono i parlamentari: i quali per se stessi hanno varato - l’appunto riguarda parlamenti del passato, non l’attuale - un sistema pensionistico quanto mai generoso: bastando, mi pare, l’essersi seduti al Senato o alla Camera durante mezza legislatura per avere una pensione che l’operaio si sogna dopo decenni in fabbrica.
Qualunquismo? A me non sembra, piuttosto realismo. Da pulpiti insigni grandinano sulla gente comune esortazioni alla consapevolezza del momento: il debito pubblico è immane, da Bruxelles ci chiedono di stringere la cinghia, stiamo attenti. C’è senza dubbio chi esagera in pessimismo. L’Italia è un Paese economicamente forte, per i telefonini - li hanno tutti i bambini - battiamo gli Usa. Li battiamo, per verità, anche per gli stipendi spropositati elargiti in sedi non politiche ma vicine alla politica. Il Governatore della Banca d’Italia fa sfigurare, con le sue prebende, quelle di Alan Greenspan, capo della Federal Reserve americana.
Prediche e lezioni si sprecano. Ma devono essere accompagnate dall’esempio: il che in Italia usa poco, nel circolo politico e in quello bancario. (I governatori di Bankitalia spronavano le aziende a snellire, razionalizzare, tagliare i rami secchi. Da alcuni anni la Banca d’Italia ha perso il suo compito fondamentale, la gestione della moneta, passata alla Banca Centrale europea. Di quante unità è stato ridotto nel frattempo il personale della Banca d’Italia dimezzata? Vorrei saperlo).
Auguro buona fortuna al progetto d’un qualche colpo di machete nella giungla degli emolumenti d’oro a politici e annessi. Il rischio è che non siano tagliati gli emolumenti d’oro, e che sia invece tagliato il progetto.