Se 33 giorni sono il tempo limite del dolore

Il peso della tragedia ha schiacciato la splendida immagine che i genitori di Yara erano riusciti finora a comunicare. Perché c’è un momento in cui tutta la disperazione che hai dentro diventa una preghiera. Che nessuno forse ascolterà <br />

Quanto tempo può impiegare il do­lore di una madre, di un padre, per tra­sformarsi in grido? Quanti giorni ci può mettere lo strazio a lasciar perdere la propria compostezza, la propria dignità (o meglio l’immagine della dignità che ciascuno si è fatto) per erompere in men­dicanza? Trentatré giorni? Una vita? Un istante? C’è un momento in cui tutto quello che siamo si trasforma in implorazione, pre­ghiera o magari anche bestemmia. Ascoltando l’appello dei genitori di Yara Gambirasio non ho potuto non pensare a quello che è, a mio avviso, il più grande grido levatosi nel Ventesimo secolo, il grido di Paolo VI ( 1978)che iniziò con l’implorazione agli «uomini delle Brigate Rosse» e si concluse, non molti giorni dopo, con la sconsolata resa a Dio: «Tu non hai esaudito la nostra supplica ». Perfino un Papa, di fronte al dolore soverchiante, quando nessuna ragione - nemmeno quella del pensiero cristiano più potente può cancellarel’evidenza del nulla che siamo, non può fare altro che gridare, pregare. Perché questo è ciò che siamo, anche se sempre - nella buona ma anche nella cattiva sorte cerchiamo di tenercene a distanza, di figurare agli occhi nostri e altrui (ma soprattutto nostri) come i padroni di noi stessi. Le parole dei genitori di Yara sono le parole di due persone sopraffatte da un peso che alla fine ha schiacciato la splendida immagine che erano riuscite finora a comunicare: l’ha schiacciata per farne uscire un’altra, ancora più vera e profonda: quella di due mendicanti. È il tono del loro appello a colpire. Anzitutto, a differenza di Paolo VI, i signori Gambirasio non sanno a chi si stanno rivolgendo. La preghiera, l’invocazione non sono rivolti a Dio, ma a dei presunti rapitori, o forse a tutto il mondo: restituiteci Yara! E la speranza è una e una soltanto, flebile come la fiamma di una candela sul punto di spegnersi eppure così inspiegabilmente tenace: la speranza che nel cuore di chi ancora può fare qualcosa per la povera ragazzina si apra uno spiraglio, quello spiraglio che esiste in tutti, perché anche l’uomo più orribile sa guardare con amore suo figlio, e può quindi ben comprendere, se vuole, l’amore che un altro genitore ha per il proprio. Se fossimo sinceri fino in fondo e lasciassimo cadere tante barriere immaginarie dentro di noi, forse potremmo ammettere che qualunque sconosciuto può diventare nostro figlio. Un figlio non è «nostro» come lo sono un’automobile, un’azienda o un dito della mano: un figlio è «nostro» come la cosa più intima che abbiamo, e che a sua volta non ci appartiene: la nostra vita, il nostro cuore non sono nostri, tant’è che perderli è la cosa più facile del mondo. Quanto tempo occorre perché il dolore di un uomo diventi preghiera? In un mondo fatto di miriadi di parole che continuamente ci passano sulla testa, improvvisamente una disperata speranza si affaccia: che da qualche parte, di là dal fiume, o di là dal bosco, o dall’altra parte del mondo, in un paesaggio simile al nostro oppure completamente diverso, Yara possa udire questa voce, separarla dalle altre migliaia di voci inutili: questa voce che è quella del papà e della mamma, di tutta la comunità di Brembate Sopra, dell’Italia, del mondo e anche la nostra, la mia. Un'unica voce: vi preghiamo, restituiteci Yara!