Se chi serve lo Stato viene trattato peggio dei criminali

Il problema è dello Stato, il problema è nostro. La condanna a 14 anni del generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer è un affare che riguarda tutti, non lui. Bisogna capire perché ogni volta che un poliziotto o un carabiniere o un agente segreto si muove per gli interessi del Paese poi finisce nei guai. Che c’è, ci meravigliamo che ci sono pezzi dello Stato che si muovono sul confine tra legalità e illegalità per vincere la guerra contro i criminali? L’inchiesta di Milano sul capo del Ros di Milano non è riuscita a dimostrare che abbia rubato un solo euro, che abbia usato la droga che per l’accusa lui e il suo gruppo faceva importare dall’estero per fini personali o per arricchirsi. Ganzer faceva arrivare la droga che finiva nelle mani dei trafficanti sui quali indagava (...)
(...) che così subito dopo venivano arrestati. Per i magistrati ha infranto la legge, per il tribunale di Milano è un narcotrafficante: un uomo che ha fatto sbattere in cella decine di persone che smerciavano droga ovunque è un bandito. Siamo così: prendiamo i nostri soldati e quando non ci servono più li abbandoniamo, li facciamo triturare dalla furia giustizialista dei pubblici ministeri e dal puntiglio dei giudici.
È già successo. Capitano Ultimo, l’uomo che ha preso Totò Riina, s’è ritrovato sotto accusa per favoreggiamento della mafia perché la perquisizione nel covo del capo dei capi sarebbe stata ritardata. C’è solo capire che cosa interessa allo Stato: prendere i criminali o fare in modo che i suoi uomini non infrangano la legge? Troppo facile dire che vogliamo tutte e due le cose: è ovvio che se si può ottenere il risultato muovendosi tranquillamente nei confini del normale rapporto tra delinquenti e uomini in divisa. Il problema nasce quando non si può: bisogna infiltrare un poliziotto nell’organizzazione criminale. Ecco, se quel poliziotto commette un reato per far finta di essere un bravo bandito? Non esiste la favola del carabiniere o dell’agente così astuto da aggirare le richieste del gruppo nel quale è entrato per smembrarlo e riuscire contemporaneamente ad arrestare tutti. Si rischia, purtroppo. Ci si sporca le mani, sfortunatamente. È un’ovvietà forse troppo difficile da comprendere. Ci sono momenti in cui non può non succedere: chi rappresenta la legge deve commettere un reato per poter fare il suo lavoro. Gli 007 che fanno? A volte devono sembrare i peggiori criminali per poter salvare un Paese da un attacco terroristico. E se lo fanno in nome dello Stato, quello Stato poi non può processarli.
In America gli uomini della Cia e quelli dell’Fbi commettono decine di reati per il bene della Nazione. Spesso non possono neanche essere indagati perché magari sulla loro operazione c’è il segreto di Stato. Ma se sbagliano davvero, se agiscono senza il fine ultimo del bene collettivo, allora pagano. Noi non siamo l’America, però non possiamo continuare a far finta che il mondo sia un film nel quale il protagonista è il soldato più bravo e intelligente del mondo che riesce a resistere alle tentazioni di risolvere il suo caso commettendo un reato e poi trova il modo di inchiodare comunque assassini o narcotrafficanti. Esiste la realtà e la realtà è fatta di casi come quello del generale Ganzer o la storia del rapimento di Abu Omar. Se è necessario si usa anche il segreto di Stato: non è bello, ma serve. Perché il bene supremo è mettere in cella i criminali o i terroristi. Come farlo può essere un dettaglio. L’alternativa a volte è una sola: tenersi i delinquenti per non finire nei pasticci. È solo una questione di decisioni. Dello Stato e quindi nostre. E per noi è meglio vivere senza criminali veri.