Se la cultura di sinistra ha i sussulti dell’agonia

Caro Lussana, la crisi della cultura politica di sinistra a Genova assume i caratteri dei sussulti tormentosi dell'agonia. Al massimo del potere corrisponde secondo Gramsci il minimo di egemonia, cioè di cultura, come sapere fecondo e progressivo. Ho sperato che la secessione di Ronzitti dal partito clintoniano di Prodi fosse un riscatto della radice operaia e popolare produttiva. Ma la coppia Sanguineti-Sansa in cui si è riversato il senile entusiasmo della sala di palazzo San Giorgio a cui ho assistito è il segno che da quella parte nulla di vivo zampilla da una fonte inaridita. Vecchi slogans del materialismo storico di Sanguineti e giustizialismo formalistico di Sansa si abbracciano in un sussulto estremo. Niente della tradizione Rodano-Berlinguer, risucchiati nella «rivoluzione volgare dell'invidia» che Marx temeva in mancanza di una società superiore a quella borghese.
Qualche giorno dopo all'Apostolato liturgico di Via Serra un altro ceppo mostrava le sue fatue radici e i frutti acerbi del presente: la commemorazione dei dieci anni dalla morte di Giuseppe Dossetti.Ho partecipato anche a questa commemorazione fatta dalla giovane studiosa Nicla Buonasorte con dovizia di documenti ma senza lo spessore critico che noi vecchi cattolici comunisti abbiamo praticato e sofferto nelle progressive delusioni e smentite della storia reale. La rappresentazione dossettiana aveva una sede più modesta politicamente ma significativa per il cattolicesimo genovese.. Qui dell'asinello prodiano del partito democratico si è visto il versante cattolico, nella sua lenta agonia che sarà accelerata da ogni ora e atto del governo Prodi, suo esibito discepolo tra le nicchie elitarie protette del dossettismo emiliano. Dossetti non capi mai la laicità dell'azione politica ed economica come hanno egregiamente mostrato Angelo Costa, Alcide De Gasperi e Luigi Sturzo. Dossetti oscillò tra presbiterato e monachesimo senza cogliere il carattere laico del sacerdozio di Gesù, che non è più ormai quello dei leviti dell'antico patto. Ma egli usò liturgia e teologia come strumenti di potere indiretto nella società e nel mondo, in questo mondo, dimenticando che Gesù non aveva visto questo mondo come suo Regno. La sua visione secolare dei ministeri ecclesiali e della teologia si vede dall'insistenza ossessiva dei suoi discepoli come Alberigo e Melloni sulla collegialità episcopale in contrasto con il carisma personale di Pietro, segno dell'unico potere di Gesù Risorto. Il suo pacifismo utopistico mostra che egli pensa a un mondo esente da guerra come se potesse essere - questo mondo - deprivato di libertà e peccato e di Cesare, germi e frutti della guerra. Il suo concetto di chiesa povera e dei poveri di cui fece invaghire il cardinale Lercaro, era solo una visione sociologica che negava la ricchezza dei talenti e dei doni di cui Dio dota la sua Sposa Chiesa sulla terra e dopo, in Cielo. Insomma il dossetismo è un clericalismo di sinistra che ha svuotato spiritualmente il cattolicesimo producendo uomini di potere senza principi e tronfi di illusione su presunte capacità elitarie. A Genova il dossettismo è solo una vaga vernice del cattolicesimo di sinistra, nobilitato in un estremo tentativo di riscontri temporali dalla figura di Edoardo Benvenuto, deluso dalle secche dell'ambiente cattolico tradizionale genovese che sopravvive senza il vecchio e senza il nuovo. Ma le energie sane e forti ci sono in questa città e trovano sbocco in un'acuta e seria gestione del proprio lavoro e dei propri beni, contro le rapine burocratiche e le umiliazioni culturali. Ma è la città di Giovanni Battista e di Maria regina. E le sorprese non potranno mancare, anche prima di Staglieno e del giudizio di Dio.
*Teologo