Se la democrazia ostacola le scelte forti

Churchill diceva: "La democrazia è il peggiore di tutti i sistemi di governo, con l’eccezione di tutti gli altri". Combattere una crisi economica e mantenere il favore della
maggioranza dei votanti sono due esercizi
incompatibili

diUna delle massime churchilliane più citate (e politicamente corrette) recita: «La democrazia è il peggiore di tutti i sistemi di governo, con l’eccezione di tutti gli altri». In questi momenti drammatici, in cui bisogna prendere in tempi brevissimi decisioni scomode e spesso dolorose, non escluderei che molti governanti la pensino diversamente. Prendiamo per esempio Nicolas Sarkozy: «Il presidente francese» scriveva ieri il New York Times in una acuta analisi della situazione economica d’Oltralpe «è costretto contemporaneamente a tenere a bada un mercato isterico, a difendere le banche, a preservare la tripla A ai suoi buoni del Tesoro, a ridurre drasticamente il deficit di bilancio in un momento di crescita zero e a rendere il tutto abbastanza accettabile ai suoi concittadini per essere rieletto tra nove mesi: un compito, francamente, titanico».
Combattere efficacemente una crisi economica e mantenere il favore della maggioranza dei votanti sono, in effetti, due esercizi sostanzialmente incompatibili: di conseguenza, specie quando si avvicina una scadenza elettorale, i governanti tendono a privilegiare i provvedimenti che scontenteranno il minor numero di elettori su quelli potenzialmente più efficaci. In estrema quanto brutale sintesi, per colpa della democrazia vengono spesso scartate le misure più semplici e talvolta anche le più eque a favore di altre che incontrano meno ostilità da parte di sindacati, partiti, corporazioni e gruppi di interesse vari, cioè di chi dispone della maggiore forza di interdizione. È in fondo questo sistema che ci ha portati a vivere troppo a lungo al di là dei nostri mezzi, indebitandoci fino al collo.
Il tira e molla che si registra in queste ore sui contenuti della nostra manovra è un’ulteriore riprova della difficoltà di conciliare rigore con eleggibilità. Perché non si sono abolite, o almeno limitate ai lavori veramente usuranti, le pensioni di anzianità, che rappresentano un unicum in Europa e abbassano in maniera rilevante l’età media a cui gli italiani escono dal mondo del lavoro? Perché la Lega ritiene che buona parte di coloro che aspettano di usufruire di questa facilitazione sono suoi elettori e non può permettersi di alienarli. Perché, parlando di patrimoniale, non si è neppure mai presa in considerazione l’ipotesi di ripristinare l’Ici sulla prima casa? Perché, con quattro italiani su cinque proprietari della propria abitazione, l’abolizione della misura più popolare adottata dal governo Berlusconi gli avrebbe fatto perdere troppi voti.
Ogni ipotesi, ogni formula ha trovato, indipendentemente dal merito, chi la combatteva; e poiché siamo in democrazia, i più agguerriti e numerosi hanno vinto, lasciando il cerino in mano agli altri che avevano meno strumenti per difendersi. Ma non è il caso di scandalizzarsi troppo, perché le cose funzionano così in tutto il mondo occidentale. La signora Merkel ha rischiato di affossare l’euro con i suoi ritardi perché gli elettori tedeschi non vogliono pagare per le follie dei greci e non la confermerebbero se fosse troppo arrendevole. La perdita della tripla A da parte dei bond americani è stata dovuta, in larga misura, all’interminabile braccio di ferro sulla riduzione del debito tra democratici e repubblicani in vista delle elezioni del 2012, che ha portato il Paese sull’orlo del default. Il brutto è che il problema è senza soluzioni: in assenza di un impossibile «demiurgo mondiale», in grado di prendere decisioni sagge che tutti siano tenuti ad accettare, la massima del vecchio Winston mantiene la sua validità.