Se l'eredità è sterco del demonio

«Venite a morire in Italia, abbiamo abolito l’imposta sulle successioni!». L’invito di Silvio Berlusconi agli operatori di Borsa di Wall Street avrà fatto sorridere qualcuno, e qualcun altro avrà formulato gli scongiuri del caso, in quel settembre del 2003. In realtà, l’attenzione negli Usa sulla estate tax è sempre stata molto alta sia nei forum economici sia sulla stampa. L’argomento è serio, non da banalizzare in una supposta lotta fiscale di classe. Ma in Italia, soprattutto da quando Romano Prodi ne ha proposto la reintroduzione, la tassa di successione è diventato tema da Robin Hood: togliere ai ricchi per dare ai poveri. Non manca, naturalmente, qualche eccezione. Ieri sull’Unità, per esempio, il professor Gianfranco Pasquino ha sostenuto le ragioni del ripristino della tassa di successione con due argomentazioni importanti: la prima è che nessuno è in grado di escludere «forme improprie» di accumulazione e arricchimento; la seconda è che l’eliminazione totale dell’imposta «cristallizza la distribuzione esistente della ricchezza a favore dei figli benestanti», impedendo, o almeno ostacolando fortemente, la competizione e persino la capacità di innovazione. Il primo rilievo è particolarmente interessante e inedito, visto che non se ne trova traccia nelle discussioni - assai ampie - sulle tasse di successione nel resto del mondo. «L’accumulazione di ricchezza - spiega il politologo - può essere avvenuta in vari modi, naturalmente anche illeciti, in particolare quando si tratti di grandi ricchezze». Dunque, per questo motivo va tassata quando si trasmette da padre in figlio. Riemerge con prepotenza l’idea del danaro sterco del demonio, tipica di certa tradizione paleocattolica e protocomunista: «Ha fatto i soldi? Deve averli rubati».
La seconda motivazione è di tipo redistributivo. «Una tassa di successione saggiamente modulata potrebbe, da un lato, ridurre i vantaggi di partenza dei benestanti; dall’altro, attraverso adeguata redistribuzione delle risorse, potrebbe consentire ai ceti svantaggiati di colmare almeno in parte lo svantaggio iniziale», osserva Pasquino. Il politologo non cita, come fanno molti, l’icona Bill Gates. Quando George Bush ridusse la tassa di successione negli Usa, l’uomo più ricco del mondo, fondatore della Microsoft, commentò: «L’eredità è contro la meritocrazia». Ma la sostanza del discorso è la stessa: ricevere in eredità, senza oneri fiscali, una grande azienda o un vasto patrimonio consente alle giovani generazioni fortunate di adagiarsi. E impedisce ai giovani talentuosi, ma poveri, di affermarsi.
In realtà, le cose non stanno proprio così. Joseph Stiglitz, nelle sue Notes on estate taxes, dice apertamente che le eredità «fanno crescere, senza alcun dubbio, le uguaglianze». Questo è specialmente vero, afferma il premio Nobel e capo dei consiglieri economici di Bill Clinton, nel caso degli agricoltori e dei titolari di piccole attività commerciali. Una forte tassazione sulla successione dell’attività, costringendoli a cederla o a indebitarsi fortemente per mantenerla, li avrebbe infatti impoveriti. Dello stesso avviso l’economista Alan Blinder, anch’egli consigliere di Clinton: «Soltanto una frazione minima delle disuguaglianze di benessere può essere attribuita - sostiene - alle disparità delle eredità». «L’effetto redistributivo dell’imposta di successione è minimo - osserva sul Riformista Franco Debenedetti - e riguarda i professionisti ed i gestori di patrimoni».
Si arriva così al clou della discussione, che è la tassa di successione su chi eredita grandi patrimoni immobiliari. Bush, decidendo l’aumento a 1,5 milioni di dollari dell’area esente da successione, è stato accusato di praticare la Parishiltonomics, l’economia favorevole alle ereditiere. Accusa subito smontata dal fatto che: a) l’81% dei milionari americani si è fatto da solo; b) i proprietari di grandi patrimoni, in Usa e anche in Italia, provvedono alla creazione di società, evitando la successione familiare diretta. Infine: quanto frutta l’imposta di successione? Fino a quando era in vigore, ha fornito al massimo un gettito di 1 miliardo di euro (su un totale di oltre 370 miliardi di entrate fiscali). Una redistribuzione, davvero, piccola piccola.