Se il procuratore è garantista non piace ai pm

Alla Procura di Palermo 11 pubblici ministeri inviano una lettera d’accusa a Piero Grasso per la gestione dei pentiti

Ci sono almeno undici pubblici ministeri a Palermo che, il giorno stesso che il loro procuratore Piero Grasso è stato designato dal Csm a dirigere la Superprocura antimafia (e ha ricevuto immediatamente il gradimento del ministro della Giustizia), invece di congratularsi con lui, gli hanno scritto una lettera di lagnanze. Non si lamentano per la nomina (anche se è probabile che avrebbero preferito un altro Superprocuratore, magari quel Giancarlo Caselli che li ha diretti per tanti anni e a cui sono rimasti tenacemente affezionati), ma per non essere stati informati dell’avvento di un nuovo «pentito» (evento sempre più raro), un certo Francesco Campanella, accusato di aver fornito a Bernardo Provenzano la carta d’identità con falso nome, che gli è servita per andare a farsi curare in Francia. I pm nella loro lettera esprimono «amarezza e delusione» per «la mancata circolazione delle notizie» in Procura, e si dichiarano «avviliti» per aver appreso la notizia dai giornali. Forse per rivalsa, anche i pm hanno passato la lettera ai giornali prima che fosse recapitata a Grasso (così impara).
Non è la prima volta che capita, perché forte è il rimpianto di questi pm per la «circolazione delle notizie» ai tempi di Caselli, quando a Palermo gli imputati, prima di ricevere l’avviso di garanzia, apprendevano direttamente dai giornali di essere indagati, assieme alle accuse dei «pentiti» e alle registrazioni delle loro telefonate. A quell’epoca, invece dei pm, che le notizie le ricevevano in anteprima e subito le passavano ai giornalisti, si avvilivano i disgraziati che ci capitavano. E qualche volta si avvilivano a tal punto che si toglievano la vita, prima ancora che gli arrivasse l’avviso di reato. Il maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, prima che dai giornali, lo apprese in diretta dalla tv. Quella sera Lombardo era passato in caserma a ritirare i biglietti dell’aereo per la sua missione segreta negli Stati Uniti, aveva cenato a casa con la moglie, aveva acceso la tv, c’era il programma di Michele Santoro e parlava l’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Si parlava di mafia e di politica: era il boom del processo a Giulio Andreotti, quando improvvisamente Orlando si alza in piedi, guarda fisso nella telecamera e urla: «Il comandante della stazione dei carabinieri di Terrasini è colluso con la mafia...».
Il comandante della stazione di Terrasini era Lombardo. La comandava da più di vent’anni, e da più di vent’anni combatteva duramente la mafia, senza i «pentiti», che non erano stati ancora inventati. Lombardo indagava e raccoglieva informazioni, ricorrendo, quando era necessario, ai «confidenti». Lombardo era la memoria storica di Terrasini e dintorni, il regno di Gaetano Badalamenti, e si era guadagnato in vent’anni la stima e la fiducia dei suoi comandanti, che ricorrevano a lui per le indagini più difficili e per le missioni più delicate. A lui erano ricorsi l’ultima volta, dopo le stragi, per cercare di catturare Totò Riina, ed è stato il maresciallo Lombardo (ma lo si saprà solo molto tempo dopo) a dare la dritta al capitano «Ultimo», che catturò il capo di Cosa Nostra: seguite Domenico Ganci, il figlio del macellaio, è il suo vivandiere e vi porterà da lui... E, pedinando Ganci, «Ultimo» arriverà al comprensorio di via Bernini e catturerà Riina.
E si erano ancora rivolti al maresciallo Lombardo per le indagini sul processo a Andreotti. Il «pentito» Tommaso Buscetta, che aveva accusato l’ex presidente del Consiglio, non aveva mai parlato per scienza diretta, riferiva circostanze e accuse che diceva di aver appreso dai due capi di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Bontate era morto ammazzato, Badalamenti era in un carcere americano per traffico di stupefacenti. Si trattava di chiedere l’autorizzazione per andare a interrogarlo laggiù e verificare se era possibile ottenerne l’estradizione temporanea perché venisse a testimoniare al processo in Italia. Si decise di spedire in America Lombardo a tastare il terreno: chi avrebbe potuto farlo meglio del carabiniere che aveva «convissuto» tra Cinisi e Terrasini con Badalamenti per vent’anni, e che tutto o quasi tutto sapeva di quella mafia? Del resto, Badalamenti non aveva mai nascosto una sua particolare «simpatia» per i carabinieri: i poliziotti sono sbirri, diceva, i carabinieri sono carabinieri.
La missione di Lombardo fu coronata da successo. Anche troppo. La prima volta, il maresciallo andò a parlare con Badalamenti accompagnato da un suo superiore, il colonnello Obinu. Entrò prima lui da solo nella cella del boss e vi restò una ventina di minuti, poi fu raggiunto da Obinu e ne uscirono con il pieno e convinto consenso di Badalamenti a lasciarsi interrogare dai magistrati italiani, prima negli Usa, poi al processo in Italia. Purtroppo (per gli inquirenti di Palermo che stavano processando Andreotti) tanto si era mostrato disponibile a parlare, tanto era apparso deciso a smentire Buscetta e a provare che aveva mentito. E così avvenne quando Caselli, Lo Forte e compagni si recarono ad interrogarlo negli Usa. Ci fu quasi una lezione di mafia: Buscetta vi ha raccontato, disse il boss ai magistrati, di aver saputo da me che Andreotti ci aveva chiesto, attraverso i cugini Salvo di Palermo, di uccidere questo giornalista Carmine Pecorelli che lo ricattava? Ebbene, io non so se esiste veramente questa Cosa Nostra di cui parlate, e, ammesso che esista, non ne sono stato e non ne sono io il capo. Ammesso che Cosa Nostra esista, io ne sia stato o ne sia il capo e che un uomo politico come Andreotti (che onora l’Italia e ammiro, ma che ho visto e sentito soltanto in tv) mi avesse fatto l’onore di chiedermi il favore di fare giustizia di un giornalista che lo ricattava, come potete pensare che io, capo della mafia e avendo a disposizione centinaia di bravi ragazzi siciliani e provetti killer, mi sarei affidato per un’operazione così delicata a due scalzacani come la banda della Magliana (questa era infatti la tesi dell’accusa)?
Le dichiarazioni di Badalamenti non fecero molto piacere ai magistrati della procura di Palermo («Ci rovina tutto l’impianto accusatorio», si lasciò scappare uno di loro e il colonnello Obinu lo trascrisse scrupolosamente nel rapporto). A quel punto non si poteva non sollecitare l’estradizione del boss che si era esplicitamente reso disponibile e portarlo in Italia per interrogarlo al processo. E Lombardo fu formalmente incaricato di tornare negli Usa per prelevarlo e trasferirlo a Palermo. Doveva partire il giorno dopo il programma di Santoro e Leoluca Orlando, ma non partì più.
Quella sera stessa successe il finimondo. Il comandante generale dei carabinieri tentò inutilmente di intervenire nella trasmissione, ma la sua telefonata non andò in onda. Diramò così un indignato comunicato di smentita alle «calunnie» di Orlando e del «corvi» della Tv, ribadendo stima e fiducia dell’Arma nel maresciallo. Il giorno dopo il comandante della caserma di Palermo si reca in procura per sollecitare una smentita anche dei magistrati, ma gli viene risposto che era all’esame l’opportunità di inviare a Lombardo un avviso di garanzia, se non di peggio (esiste in proposito la deposizione del generale Nunzella, capo dei Ros, dinanzi alla commissione parlamentare antimafia). Il colonnello torna in caserma, chiama Lombardo e gli raccomanda di prepararsi al peggio. Lombardo scende nel cortile della caserma, si appoggia alla sua auto, scrive una lettera in cui dice che i suoi guai sono dovuti ai «viaggi americani», estrae la pistola di ordinanza e si spara un colpo alla tempia. E Badalamenti non è mai più venuto a deporre in Italia.
Così funzionava la «circolazione delle notizie» ai tempi di Caselli. Per non far «avvilire» i più solerti pm, si «avvilivano» gli innocenti. Disonorandoli su giornali e tv. Fino al suicidio. Il procuratore Grasso ha cercato di interrompere questa infamia ed è stato ripetutamente attaccato. Dal primo all’ultimo giorno: «Credo che il ricorso all’attacco politico sia solo un paravento, un diversivo che nasconde interessi personali di pochi abitanti di questo palazzo. Persone identificabili in una determinata area culturale e politica che si è sempre distinta per l’aggressività e il cinismo con cui ha attaccato e attacca chi non condivide una certa visione della giustizia» (Piero Grasso, intervista alla Stampa, 17 luglio 2003: «Contro di me la congiura dei veleni»).
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