Se un pugno allo stomaco vuol salvarti la vita

E vediamo se con questo capiscono di che si sta parlando. È un gesto estremo e provocatorio, ma in piena emergenza non ci si può più affidare ai consigli felpati: con quelli s'è già dato, i risultati sono scarsissimi. In Veneto, nella Marca trevigiana, passano direttamente al monumento macabro, perché il messaggio accorato arrivi a destinazione, là dove le parole non servono più, là dove il buonsenso è già rottamato.
Gli artisti non hanno usato metafore. Rottami d'auto, caschi, fotografie. A dominare la scena, due manichini coperti di poveri brandelli: sono i vestiti originali, insanguinati e strappati, di due ragazzi che si volevano bene e che sono morti insieme sulla moto, una sera di luglio dell'estate scorsa. Omar e Chiara, 24 anni lui e 23 anni lei. Due dei tanti caduti in questa guerra atomica che si combatte lungo le nostre strade, in un susseguirsi di lutti assurdi e di fatalità cercate.
Rappresentare visivamente, senza nascondere nulla, quale sia il feroce destino di troppa leggerezza stradale, a prescindere dalla «dinamica del sinistro» di Chiara e Omar, è un'idea corale: ci sono di mezzo i genitori delle vittime, la scuola, gli amici. Il 26 febbraio l'opera sarà inaugurata a Fonte, proprio davanti a una scuola. Poi, il monumento - intitolato «L'isola che non c'è» - comincerà una sua mesta tournée in giro per la provincia, toccando i punti più sensibili del mondo giovanile: fino a giugno gli istituti educativi, in estate le discoteche e i locali dello sfogo notturno.
È la carta della disperazione? Una delle tante, perché di carte della disperazione se ne giocano già moltissime. Quanti convegni sull'educazione stradale, quanti seminari in auditorium per illustrare agli studenti i danni dell'ecstasy, dell'alcol, e a seguire della guida in un certo stato? Quanti agenti della Stradale mandati a parlare nelle assemblee? Quanti genitori di ragazzi morti, quanti giovani mutilati e infermi si mobilitano in giro per l'Italia, in tutti i mesi dell'anno, per lanciare l'allarme su questo modo stupido di giocarsi la vita, l'unica vita, lungo i percorsi allucinati delle nostre strade?
Sì, delle nostre strade si parla moltissimo, ma sulle nostre strade si muore ugualmente moltissimo. La sensazione è che le parole ormai se le porti il vento. I nostri ragazzi, molti dei nostri ragazzi, hanno un rapporto con la vita troppo superficiale. Lo sanno benissimo che salire in macchina o in moto ubriachi è rischiosissimo, così come sanno che certe velocità sono suicide, così come sanno che andare su due ruote senza casco è folle. Sanno tutto, perché oggigiorno non vivono nel mondo di Barbie, diciamo sempre che a sedici anni sono già più scafati di noi a venticinque. Ma bisogna capirsi: sono scafatissimi, forse, eppure non hanno l'acume per realizzare che il rischio estremo e l'emozione forte hanno magari un senso nei giochi spinti del mondo virtuale, non sull'asfalto delle strade vere. Poi ci sta tutto: c'è il mito eterno della vita spericolata, ma c'è anche la semplice superficialità. Lo dimostra il fatto che non si muore solo di sballo, per strada: si muore anche per banale incoscienza.
In un caso e nell'altro, risulta chiarissimo come ormai i ragionamenti servano a poco. Basta vederli in giro sui loro scooter con l'espansione aperta, sulle loro microcar, sulle berline prestate dal papà: sanno benissimo a quale genere di lotteria stiano giocando, dentro casa hanno famiglie e televisioni che continuano a ripetere gli stessi discorsi sulla prudenza, ma appena oltre il cancello danno di gas come dannati. Valentini Rossi senza essere Valentino Rossi.
Non è una pazzia, non è una perversione macabra, a portare verso iniziative come il monumento dei manichini vestiti da Chiara e Omar: è l'estremo tentativo di chiuderla con le parole e provare con l'immagine diretta. Se non si fanno prendere dal ragionamento, proviamo a prenderli per il bavero. Tutti sappiamo tutto, ma in questo clima di ottundimento generale siamo al punto che soltanto guardando direttamente la fisicità della questione riusciamo a coglierla davvero. Abbiamo bisogno di vedere quello che già sappiamo: e chissà che questo non sia davvero il capolinea finale del famigerato eccesso d'informazioni, destinato a produrre una piatta e uniforme insensibilità.
La morte incredibile di Chiara e Omar, presi sotto all'incrocio dall'auto guidata da un cinese, diventa così uno spot. Pubblicità&Progresso a tinte cupe. Non è la prima volta che qualcuno imbocca questa via: già altrove si sono viste a bordo strada carcasse d'auto maciullate e gigantografie di rottami vari. Tu chiamale se vuoi prevenzioni. E senza arrivare ai monumenti, basta la stessa cartellonistica che da tempo ci allarma in autostrada, con quei messaggi sinistri del tipo «se sei stanco fermati, perchè il sonno uccide», o «allaccia la cintura, se non vuoi morire su due piedi».
Si sostiene che i messaggi forti siano troppo ansiogeni. Difatti, già definiscono quest'opera veneta «monumento choc». Non è dato sapere se davvero servirà, se indurrà qualche ragazzo a qualche sana riflessione. È la temeraria speranza di tanti genitori. Certo, inutile nasconderselo, ci sarà anche chi passandogli davanti darà un ulteriore colpo di gas, ghignando di strafottenza: anche questa è la giovinezza. Una certa giovinezza: sfrontata, insolente, autodistruttiva, permeata da un'assurda certezza di immortalità. Per questo genere di giovinezza, purtroppo, non c'è monumento-choc capace di incidere. Già servirebbe a poco l'elettrochoc.