Se rischiare l’aborto diventa «routine»

Evviva, evviva. Un ricercatore, per di più italiano, ha trovato il modo di ricavare le staminali dal liquido amniotico in cui galleggiano i feti nelle pance delle madri. Dunque per ottenere le cellule necessarie alle sperimentazioni e alla cosiddetta medicina riparativa non occorrerà ammazzare gli embrioni umani, vitali o congelati che siano, come peraltro pretendono da tempo radicali, fecondatori artificiali e compagnia cantante. «Tutti d’accordo, anche il Vaticano dà via libera», hanno titolato i giornali, compreso il nostro. Proprio tutti? Parlo per me: non sono accordo. Penso che questa nuova procedura non cancelli affatto i dilemmi etici che simili manipolazioni sollevano.
Lasciate che vi racconti due fatti che m’inducono a questa contrarietà. Quando nacque il mio secondogenito, la prima cosa che mi chiese mia moglie, ancora obnubilata dall’anestesia del parto cesareo, fu: «Ha le dieci dita delle mani e le dieci dei piedi?». Grazie a Dio il bambino era sanissimo. Ma la domanda suonava tutt’altro che ingiustificata. All’inizio di quella gravidanza preziosa (niente di deamicisiano: è il termine preciso usato in ostetricia per le donne che concepiscono dopo una certa età), il suo ginecologo, volendo darle la massima tranquillità psicologica, l’aveva consigliata di sottoporsi a villocentesi. Ci aveva mandati a eseguire questo esame invasivo presso lo studio di un suo famoso collega di Legnano, particolarmente esperto nel trapassare la membrana amniotica con l’ago aspirante. Ebbene, quel giorno dovemmo firmare una liberatoria di consenso informato in cui era espressamente contemplata, accanto a complicanze di vario tipo, anche la terribile possibilità che il nascituro venisse al mondo con deformità delle dita. Talché a distanza di 11 anni siamo ancora qui a chiederci perché diavolo non rinunciammo a quell’esame, che fra l’altro comportò per la futura mamma tre giorni di riposo assoluto a letto segnati da angosciosi interrogativi.
Secondo fatto. Qualche tempo dopo, il direttore di Anna mi chiese di scrivere un commento sul linguaggio terroristico che a volte i medici usano con i pazienti. E mi citò, a mo’ d’esempio, ciò che era capitato il giorno prima alla cugina di una sua redattrice, la quale, scopertasi incinta a 37 anni, s’era recata alla clinica Mangiagalli di Milano per sottoporsi a villocentesi. In ambulatorio, insieme a lei, attendevano l’esame altre 70 gestanti. Poco dopo era arrivata una dottoressa che, senza perifrasi, aveva detto loro: «Parliamoci chiaro, una villocentesi ogni 100 si conclude con un aborto spontaneo. Perciò inutile girarci intorno: oggi una di voi quasi certamente perderà il figlio».
Ora, è ben vero che il prelievo di liquido amniotico è cosa diversa dal prelievo dei villi coriali della placenta, ma si dà il caso che i ginecologi stimino pressoché identico il rischio generico per entrambi gli esami: un aborto ogni 100 test. Quando va bene, la percentuale scende allo 0,5-0,7% sul totale delle analisi condotte. I più ottimisti parlano di un aborto ogni 500 amniocentesi. Cinquecento o cinquemila, fa qualche differenza? Come può allora il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale della salute, dichiarare la propria «soddisfazione» per la scoperta sulle staminali annunciata dal dottor Paolo De Coppi, primario di chirurgia pediatrica al Great Ormond Street Hospital di Londra?
Con prudenza curiale, sua eminenza ha aggiunto: «Se per estrarre una quantità di liquido amniotico non si mette in difficoltà e in pericolo il donatore...». Un momento: di che donatore sta parlando? La madre? Il nascituro? Se parla della madre, sbaglia: la vita che porta in grembo non rientra nelle disponibilità della donna e quantomeno andrebbe protetta con la «diligenza del buon padre di famiglia», per usare una vecchia formula del codice civile che oltrepassa l’identità di genere. Se invece parla del feto, sbaglia due volte: a parte i pazienti in morte cerebrale espropriati a cuore battente degli organi per i trapianti, non si sono mai visti individui che diventano donatori d’ufficio contro la loro volontà e prim’ancora di nascere.
«Se tutto questo non causa nessuna conseguenza negativa, allora penso che non ci sia nessun problema», ha improvvidamente insistito il cardinale Lozano Barragán. Gli ha risposto, indirettamente, lo stesso dottor De Coppi: «Ogni procedura è legata a un rischio, però l’amniocentesi è accettata dalla comunità scientifica». Come dire: per ricavare cellule staminali dal liquido amniotico ci scapperà qualche aborto, ma noi medici la consideriamo routine. Vogliamo precisarlo meglio questo rischio, anzi questi rischi? Corioamniotite, una temibile infezione che oltre alla morte del feto implica grave pericolo per la gestante; rottura traumatica delle membrane; parto pretermine; distacco intempestivo della placenta; immunizzazione rhesus determinata dalla possibilità di emorragie transplacentari; sanguinamenti vaginali. Infine nei bimbi partoriti da madri che erano state sottoposte ad amniocentesi si è osservato un considerevole aumento dell’incidenza della polmonite neonatale e della sindrome da stress respiratorio.
L’utilizzazione di un cucciolo d’orso per girare uno spot di McDonald’s a Bolzano ha provocato l’indignata reazione dei paladini della natura: «Aberrante usare un animale per la pubblicità». Avete mai letto qualcosa di analogo in difesa del cucciolo d’uomo? Non c’è proprio pace per questo esserino inerme, privo di numi tutelari. Fino a oggi gli hanno bucato il suo habitat naturale per accertarsi che abbia i cromosomi al posto giusto: in caso contrario lo sopprimono. Da domani la sua esistenza sarà in balia dei benefattori dell’umanità che dal sacco amniotico sono interessati a estrarre, più che vita nuova, materiale di ricambio per vite vecchie.
Si dirà: che differenza fa se, durante le migliaia di amniocentesi che già ora vengono eseguite, si estrae un po’ di liquido in più al fine di isolare le cellule staminali? A parte che su questa contemporaneità non è stata spesa finora una sola parola, mi pare significativo il fatto che il dottor De Coppi abbia avvertito il dovere di precisare che «in futuro si potrebbe arrivare al prelievo al termine della gravidanza, quando il feto è nato». Da che cosa sono dettati tanto scrupolo e tanta cautela se non dal riconoscimento che si tratta di una pratica tale da sollevare perplessità morali e incognite cliniche? E siamo davvero sicuri che i ricercatori non promuoveranno amniocentesi di massa ad hoc, cioè al solo scopo di procacciarsi cellule staminali?
È venuto il tempo che chi armeggia con provette, pipette e bisturi si conformi a una semplice, primordiale verità, anteriore al diritto positivo: nessuno può mettere le mani su una vita che non gli appartiene, neppure se mosso dal nobile intento di salvare altre vite o far progredire la scienza. Usate i vostri, di corpi, per gli esperimenti.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it