Se il sì in chiesa è di nuovo una cosa seria

di Luca Doninelli

La notizia è che il matrimonio è una cosa seria. Ed è il caso di dirlo a voce alta, visto che da tanti anni nessuno lo diceva più.
Qualche anno fa le chiese si svuotavano. Tra i sedicenti cattolici già negli anni Novanta i praticanti erano una percentuale esigua. L’Italia si era laicizzata, secolarizzata. Agli Esami di Stato per l’abilitazione all’insegnamento della Storia dell’Arte c’era chi alla domanda «Com'è morto Gesù Cristo?» rispondeva «Decapitato». E se il prof obiettava qualcosa, il candidato si sentiva in dovere di rispondere: «Questo è un esame di Arte, non di Religione» (sono fatti veri, purtroppo).
Storie di ordinaria laicizzazione. Se però quello stesso candidato si doveva sposare, allora bisognava farlo in chiesa. Su questo punto, niente deroghe. Magari non erano praticanti né la famiglia di lui né quella di lei, però c’era sempre una nonna da far contenta, o quantomeno da non deludere. Una nonna che magari a sua volta non metteva piede in chiesa da vent'anni, ma che era tanto devota del tal santo, o che pur non essendo devota di nessun santo aveva paura di quello che dirà la gente.
Passano infatti le generazioni e i costumi, ma da noi la frase «quei due non si sono nemmeno sposati» fa ancora il suo bell’effetto. E allora eccoli obtorto collo a colloquio dal parroco, a dire che si ricordano degli anni dell'oratorio e che, in fondo, sono credenti seppur poco praticanti. E il parroco a bersi la fiaba, anche perché i problemi sono molti, c’è il tetto della canonica da riparare, e l'impianto di drenaggio che non funziona. E papà e mammà hanno fatto un'offerta. Li ricordo, tanti preti, infastiditi da queste parate, con la chiesa piena di fotografi e cineoperatori dilettanti, di fiori e di amiche della sposa vestite in modo assai poco opportuno, con due o tre là in fondo che addirittura facevano l’atto (pura abitudine, niente malizia) di mettersi una sigaretta in bocca.
Ricordo il mio vecchio parroco furibondo con queste invasioni floreali che duravano il tempo della cerimonia, perché cinque minuti dopo di fiori non ne restava nemmeno uno (e così di fotografi, cineoperatori e gonne imbarazzanti): tutto trasferito al ristorante.
Come sanno di Fratelli Grimm queste storie! Sembrano passati secoli. Gli ospiti di altri paesi, per esempio filippini o sudamericani, hanno fermato l'emorragia di fedeli dalle chiese, e forse la serietà di molte coppie straniere, l'unità di molte famiglie con donne velate hanno rimesso i preti sull'avviso. Il fatto è che, in materia di matrimoni, c'è stato un giro di vite, e si sente. Corsi prematrimoniali obbligatori e rigidini, con i preti a dissuadere chi si accosta al Sacramento in modo superficiale quando non a consigliare «un periodo di convivenza» (sic) alle coppie ancora poco sicure.
Le famiglie si sfaldano, i ragazzi ne soffrono, e i matrimoni stupidi producono non solo separazioni stupide, ma anche parecchio dolore. Perciò, dicono giustamente i preti, chi si vuole sposare lo faccia seriamente, vada al catechismo, ripassi i dieci comandamenti, i sette vizi capitali, i cinque precetti, i quattro novissimi, le tre virtù teologali, fino a quell’Uno che forse, nebulosamente, sta dentro il cuore di noi tutti. Per ridare solidità alla famiglia - che sarà una pessima istituzione ma finora non è stato trovato di meglio - si può perfino chiudere un occhio sulla vecchia sessuofobia. Chi arriva più illibato al matrimonio? L'importante è essere pronti. Il prete non si chiede più se esser illibati ed essere pronti possano andare a braccetto. Occorre fare di necessità virtù. Perciò chiudiamo un occhio.
Il mio timore è che tutto questo giro di vite, questo appello alla serietà non sortano altro effetto che un po' di ipocrisia in più. Una famiglia duratura è l'esito di qualcos'altro da un corso prematrimoniale (dove non s'impara che cos'è un Sacramento se non si ha intenzione di cambiare vita) o da un periodo di convivenza. Ci vuole un senso, bisogna fare esperienza di un senso.
Durante un corso prematrimoniale due fidanzati si sono lasciati. Il prete ha commentato: «Il corso è servito a qualcosa». Il rischio è che possa servire solo a questo.