«Se lo scienziato va a fare avanspettacolo»

Le premetto che non ho assistito agli spettacoli ripetuti del professor Piergiorgio Odifreddi. Conosco quel che ho letto sul Giornale e quel che mi è stato riferito da colleghi del liceo D’Oria. Ad accompagnare gli studenti al Festival della scienza vanno solitamente docenti di materie scientifiche insieme ad altri disponibili (chi le scrive non è mai fra questi). Nulla di strano per me se alcuni scienziati si «allargano» troppo. In Italia molte cose sono destinate a finire in «avanspettacolo», perché non dovrebbe dunque capitare anche a coloro che professano ed esercitano scienza? In ogni caso direi che si tratta di manifestazioni (quelle, appunto, di avanspettacolo) di scarsissimo rilievo. Il conflitto fra gli uomini di scienza e quelli di religione (con le rispettive, personalissime, sbavature) è pane quotidiano a differenti livelli e va accettato (proprio nel senso famoso di «dacci oggi il nostro pane quotidiano») nel contesto naturale e sociale degli scontri etici e politici che affliggono le differenti etnie alle più diverse latitudini (compresa la nostra).
Fermo restando che il sapere ipotetico-deduttivo-sperimentale cioè la «scienza») - è il dominio del verificabile ed è quindi un sapere, pur nei suoi limiti, certissimo le cui realizzazioni sono solo scalfite dal progresso per cui le antiche «certezze» o sono del tutto abbandonate o sono riconfermate come «approssimazioni» dei nuovi risultati conseguiti), non sarebbe male sulla scia di Kant riconsiderare come tutto il resto - (etica soprattutto ma anche arte, religione, politica e tutto il sapere intermedio storicamente prodottosi: scienze storiche, umane e sociali) seppur intrinsecamente di maggiore o minor rigore, di più o di meno accentuata capacità nel comprendere il reale, di superiore o inferiore suggestione per l’animo umano -, finisca per avere un peso nella vita di ogni giorno del tutto preponderante rispetto all’interesse (anche quello serio e insistente) nei confronti della scienza.
Ricordiamoci che scienza e religione (una volta tanto ripetutamente alleate) hanno cercato invano di sconfiggere le arti divinatorie e (fra esse) l’astrologia: non pare che ci siano riuscite (almeno stando alle rilevazioni del giro d’affari ma anche dell’attenzione genuina, non mercificata, verso il mondo dell’occulto). L’umano interesse, candido, o criticamente accorto non si lascia stornare dai suoi obbiettivi siano essi chimerici (allo sguardo altrui) oppure no.
Dire no alla scienza sarebbe da irresponsabili (e aveva ragione Hegel che - con riferimento al Faust di Goethe - ripeteva i celebri versi: «Essa (la coscienza) disprezza intelletto e scienza/doti supreme dell’uomo/si è data al diavolo (cioè alla magia)/e deve andare in perdizione). La forza della riflessione critica (filosofica) che riscontra i limiti della scienza e della tecnica non per questo rinvigorisce la fiducia nel mito (che è alla base dell’esperienza del religioso) e non attenua la portata dei risultati originari della fondazione greca dell’Occidente.
È evidente che il conflitto fra scienza e religione (sia quando è frutto di equivoci sia quando è lucido e perseguito deliberatamente) appartiene all’orizzonte politico. Credo che, nonostante tutti i tentativi di possibile riconciliazione, finisca con il rimanere nel corso del tempo - come ha già mostrato abbondantemente il passato - del tutto inevitabile (almeno in certe occasioni storiche). Quel che però appare ben poco gradevole (parlando soprattutto per esperienze che riguardano da vicino il trend del «bel paese») è la pervicace «trombonaggine» in genere e, in particolare, quei comportamenti che giungono a sfiorare, nell’ambito delle questioni di cultura e di sapere, l’atteggiamento «dogmatico-camorristico» da parte di coloro che «niente credono sia buono/se non quello che a loro è già piaciuto» (atteggiamento già stigmatizzato dal poeta latino Orazio - Epistole, II, 1, 87 e, guarda caso, proprio citato da Kant nella Prefazione alla seconda edizione della «Critica della ragion pura»).
Cordiali saluti