Se gli scrittori italiani ignorano la scienza

I o sì. Al Cambriano, alla realtà terribile di cinquecentosettanta milioni di anni fa, ci penso ogni giorno, mi spiace per voi e perfino per me, costretto a esistere contro entrambi. Penso alla fauna di Burgess e alla fauna di Ediacara, agli artropodi, a quei piccoli organismi primordiali, la Hallucigenia, la Yohoia, la Leancholia, e la Pikaia, il primo cordato noto al mondo, dalla quale discende la nostra colonna vertebrale, e da essa tutti noi vertebrati.
Spesso mi guardo la mano, aprendola e chiudendola, come il Monsieur Teste di Valéry, e mi basta per perdermi in abissi spaventosi e indicibili, con le falangi che mi si trasformano sotto gli occhi in ali di pipistrelli o zampe di pollo o pinne di balena, nelle quali ci sono ancora le dita di quando la balena camminava, ed era quel quadrupede antenato in comune con i cavalli, le giraffe e gli ippopotami.
Invece entri in una libreria italiana e ti chiedi chissà perché, con tutto questo parlare di realismi, neorealismi (o «new italian realism», come si dice nel gergo del provincialismo italiano), nessuno scrittore italiano abbia una visione scientifica della vita, e nessuno scrittore italiano studi la biologia, come un tempo, per esempio, si studiava la filosofia, ormai finita.
Così, questo «nuovo realismo», sarà al massimo imbastire una trama narrativa intorno alla cronaca politica, e quindi tante storie di precari, di mafia, di guerra, tanti romanzi criminali o di alienazione sociale, innumerevoli esotismi da guida touring dell’anima in pena, tutti in marcia e con la data di scadenza impressa sul culetto. Per esempio: sconfitta la camorra, con Gomorra non ci si incarteranno neppure le uova, visto che te le vendono già nel loro apposito contenitore. Se la Chiesa benedicesse l'omosessualità, finita anche la lotta politica di Aldo Busi.
Se tanto mi dà tanto, e cioè così poco, la vera avanguardia la fanno gli scienziati, e gli scrittori neppure se ne accorgono. Non a caso tra quelli che conosco, amici o nemici, il massimo del pensiero biologico è il negozio biologico sotto casa, tra l’erboristeria e la farmacia omeopatica. Lo so, il pubblico vuole essere consolato, vuole avere un’anima, e un cuore, e delle speranze in cui sperare, ma uno scrittore è uno scrittore, non il servo del lettore, almeno quanto un medico è un medico. Qui gioca un ruolo centrale la fusione di due anacronismi: uno veteroromantico, che colloca ancora lo scrittore con il nasino all’insù, dove il cielo è ancora «il cielo» e le stelle sono stelle cadenti e comunque «lassù», neppure fosse un cantante o un poeta, e vaglielo a spiegare che la stella più vicina, Proxima Centauri, è a oltre quattro anni luce da qui, e che esploderà come esploderà il nostro sole tra quattro miliardi e mezzo di anni (ma, «grazie al cielo», prima ci verrà addosso Andromeda, la nostra galassia gemella, tra «soli» tre miliardi di anni, essendo a «soli» due milioni e mezzo di anni luce da noi).
«Non esiste stupidaggine più nociva di questa comune supposizione», scrisse il grande Stephen Jay Gould, «e cioè che le più profonde intuizioni sui grandi interrogativi riguardanti il significato della vita o la struttura della realtà emergano più facilmente quando una mente libera, sgombra e non disciplinata (si legga piuttosto ignorante e non istruita), si libra al di sopra della conoscenza o degli interessi meramente terreni».
Eppure bastava un artista illuminato come Marcel Duchamp per rinunciare a dipingere, perché l’arte doveva essere un mezzo di «approfondimento del pensiero», e lui non ne poteva più di essere «stupido come un pittore». Oggi si potrebbe dire stupido come uno scrittore, risollevando una questione già messa in evidenza da Galileo, sull’importanza, per l’arte, di essere compatibile con la scienza e la verità, pena l’essere relegata in un piano secondario, artigianale, esornativo, che Duchamp avrebbe definito «retinico».
Insomma, come può uno scrittore oggi rinunciare a darsi una coscienza, seppur inevitabilmente tragica e dilaniata, dell’essere umano, con tutte le conseguenze che questa coscienza comporta? Ciascuno, al massimo, con tanta passione ambientalista, attento a risparmiare il proprio fiato per non emettere anidride carbonica, in nome della bellezza della natura e della cattiveria umana, quando nel Permiano-Triassico l’estinzione di specie fu del 96 per cento? Come si può capire l’oblio di Proust o il silenzio di Beckett o l’incubo kafkiano o l’amore o la morte o la coscienza umana, e superarli sprofondandoci ancora più dentro, se lo scrittore è solo un narratore di storie e i romanzi sono «solo» romanzi? Come può, non dico un teologo, un prete, un politico, un mago, un critico, un intellettuale, un musicista, un poeta, ma uno scrittore, uno scrittore vero, uno scrittore umano, ignorare le scoperte e gli abissi dell'embriologia, della paleontologia, della genetica, della chimica, dell’Evo-Devo, e pensare di essere «profondo» o «realista», mettendo la testa sotto la sabbia della cronaca, trasformandosi nella retroguardia del giornalismo? Come può uno scrittore umano non sapere cos’è un uomo?