Se il sindacalista sfida il culturame

Bravo Bonanni. Il Suo a Roma è stato un gesto d’impulso, e probo, per il quale è doveroso complimentarsi con Lei. Mentre ministri e culturame, con solennità rituale, scattavano in piedi per applaudire il filmuccio della Comencini, Lei se ne è andato, furioso. E ha pure scritto una lettera a Cappon e alla Rai per spiegargli la faziosità di chi fa sembrare «che i sindacalisti sono solo quelli della Cgil e della Fiom, e che solo il Pci si è occupato degli operai». E inoltre lamentarsi che sia stato «finanziato con i soldi dei cittadini che pagano il canone». Appunto, perché «In fabbrica» è un film tra i tanti di una cultura esausta ma sussidiata, che imperversa per l’Italia, e che non avrebbe senso giudicare in sé. Ben pochi pagherebbero il biglietto per vederlo; né pare poi debba stimarsi molto come documentario. Ma caro Bonanni, è attraverso questi film, teatri, e concerti, migliaia e migliaia ogni anno, che si nutre quella cultura per cui la sinistra si pretende più colta. E guarda dall’alto in basso il mondo. Con quella stessa furia di piccolo-borghesi in smania snob, che s’è infuocata le mani a Roma all’Auditorium della Conciliazione per applaudire.
Del resto la questione operaia è materia d’un esercizio retorico che Bertinotti e Damiano ed Epifani, sentono loro. Come è dei loro persino il modo di parlare della regista, graziosa signorina cioè, con le migliori intenzioni. La quale esibisce però in un sito le frasi seguenti: «Cioè il mio non è un film storico,... è un film più emotivo che dà la parola...». E ancora: «Cioè tutto è cambiato... L’identità operaia non è più solo italiana, anzi è massicciamente frammentata». Lingua perfetta della cultura sopraddetta, della quale non si capisce mai niente, perché niente c’è da capire. Ma è ogni volta un niente di cioè massicci, quindi sospesi, nulla emotivi, e però utile alla retorica di una classe operaia per cui la sinistra è stata iattura ben peggiore della concorrenza della Cina, del resto pure lei comunista. Operai immiseriti da Amato e Prodi dal 1992 in poi, non meno che dalle smanie accentratrici della Cgil. Però utilissimi per il buffet, pare esosissimo, elargito dalla Rai, con apposita entrata laterale per il ricevimento del popolo, ma cocktail per vip e ministri a parte. Nel buffet in stile sovietico sono stati messi i non eletti al culturame o quelli ancora da erudirsi. Dunque impiegati della provincia o studenti con le professoresse in furia mondana che ce li trascinano.
Poveretti: portati ad applaudire in piedi l’opera che ha vinto il premio Cipputi, al Torino Film Festival. Né mancheranno, se ne può essere certi, riconoscimenti europei per quanto Raitre proietterà il 14 febbraio. Pure l’Europa è ricolma di una simile intellettualità, che si premia a rotazione, sussidiata per i suoi perenni cioè, che spaziano dal di dietro di Moretti al filmuccio che Lei ha biasimato, con coraggio. Perché, caro Bonanni, con il Suo biasimo, Lei non lo sa, ma si è messo in un guaio dei peggiori. Criticare questa cultura che vive di buffet, è mettersi contro quella che in Italia si giudica l’ultima e l’unica fonte di critica morale. Al suo fare così ruspante da statale abruzzese finora io avevo badato, ma sempre con bonomia. D’ora in poi, ancora insistesse, Lei rischia di essere messo alla berlina più cattiva, dalla cultura tv che si dedica alle comiche, anche nelle tv berlusconiane. Quella incultura di sinistra, che fingendosi colta rovina l’Italia, è una rete pervasiva non meno di quella politica. Solo che al suo spreco, alla sua vanità, si bada meno.