Se il sogno americano è un incubo infinito

"L’assassino che è in me" di Jim Thompson il noir più inquietante Perché
sul banco degli imputati mette i capisaldi della società

A molti il suo nome non dirà niente ma Jim Thompson (1906-77), insieme a un altro misconosciuto genio della scrittura statunitense come David Goodis, rappresenta l’autentico e unico lato noir dell’America. Lontano mille miglia dai più conosciuti Chandler o Hammett, al suo confronto sbiadite fotocopie, Thompson è stato un autentico «poeta della disperazione»: perché i suoi vinti sono davvero perdenti e la fuga è sempre la loro vera forma di sopravvivenza.

Jim Thompson, da pochi giorni in libreria con L’assassino che è in me (Fanucci, pagg. 216, euro 16), ci racconta i nostri giorni di ordinaria follia. Come in questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1952 e oggi riproposto come première del film The Killer Inside Me (dal 26 novembre nelle sale italiane con la regia di Michael Winterbottom e con protagonisti Jessica Alba e Kate Hudson). Attraverso la storia dello sceriffo Lou Ford (interpretato sullo schermo da Casey Affleck, da Genio ribelle a Ocean’s Twelve), Thompson descrive l’inferno domestico della provincia americana dimostrandone falsità e ipocrisie che ne nascondono la violenza endemica e subdola. Nell’America del puritanesimo e del maccartismo, l’America che ancora sognava a colori vite alla Doris Day, Thompson lacera questa finzione a colpi di inchiostro: come se la parola fosse un bisturi che scava nelle viscere del malessere degli sconfitti, ma anche dei tanti che, abbagliati dal miraggio di appartenere alla middle-class, iniziavano ad anestetizzare la vita sotto forma di rateizzazione dell’american way of life.

In questo romanzo Thompson vuole raccontarci come la vita non abbia niente da dare se non brevi momenti di feroce energia, sempre raggelati dall’oceano nero del destino. In apparenza questo vice-sceriffo di un paesino del Texas è un uomo tranquillo: in realtà è uno psicopatico intimamente violento e sanguinario segnato da un’infanzia che ha sempre voluto nascondere a se stesso e al mondo. Ma la vera follia è la sua o di chi lo circonda? Un interrogativo antico come il mondo, il confine tra pazzia e normalità. Non sta certo a noi svelare, ma non è un caso che molti dei romanzi di Thompson, meritoriamente riproposti in questi ultimi anni da Fanucci dopo decenni di oblio editoriale, ci ricordino da vicino «l’incubo ad aria condizionata» di Henry Miller. Quell’insieme di istituzioni - la famiglia, la legge, la scuola, la salute, il lavoro - considerati come creazioni di un regime democratico-totalitario: piccoli lager parziali di cui, ormai, neppure ci rendiamo conto.

L’assassino che è in me è tra i migliori romanzi di Thompson e si può leggere anche come viatico per scoprire la sua opera, compreso forse il suo libro più riuscito: Bad boy, edito da Einaudi, l’autobiografia di un uomo e di un artista insofferente a qualsiasi disciplina. Aveva ripetuto sei volte la prima media «preferendo leggere Schopenhauer e Malthus alle insulsaggini imposte dai professori» sino a diventare uno scrittore che, come ha sottolineato Stephen King, «non conosceva la parola “fermarsi”. Così ha messo in atto tre sfide: vedere tutto quello che era possibile vedere, scriverlo, pubblicarlo». Che fossero libri o sceneggiature: Thompson, infatti, è autore di film come Rapina a mano armata o Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, del Getaway di Sam Peckinpah o di Colpo di spugna di Bertrand Tavernier. Ed è proprio lo stesso Kubrick ad aver dichiarato più volte che L’assassino che è in me è «il più grande romanzo su una mente criminale che sia mai stato scritto». E come sapete i gusti di Kubrick non sono esattamente dei più facili.