Se il tribunale non rispetta la Madonna meglio una giustizia all’americana

Quando i giornali ci raccontano le vicende di giudici che ormai non solo fanno politica ma cancellano con un tratto di penna persino la divinità della Madonna, penso che la giustizia italiana dovrebbe funzionare come quella che siamo abituati a vedere in certi film americani. Dove il giudice alle prese con casi particolari che investono la coscienza del Paese, prima di leggere la sentenza, batte il martelletto sul suo scranno, chiede silenzio e poi spiega con poche, meditate parole le ragioni della decisione che sta per prendere. E allora immagino quello che il magistrato di Bologna avrebbe dovuto dire agli imputati in piedi nell’aula davanti a lui, accusati di aver oltraggiato la figura della Madonna con una mostra che appare più crudele di una bestemmia perché nella performance della «Madonna che piange sperma» traspare ben di più di un semplice insulto.
Qualcosa che suonasse più o meno così: «Speravo mi venisse risparmiato di essere chiamato un giorno a dover misurare con il metro della giustizia la cattiveria e la stupidità dell’uomo, anche in materia di religione. Vi ho ascoltato dire, signori imputati, che non avete fatto nulla di male dal momento che la Madonna non è una divinità e quindi secondo le nostre leggi chiunque ha la libertà di raffigurarla come più gli piace. Non avete compreso lo spirito della legge ma soprattutto non avete voluto comprendere chi sia e cosa rappresenti Maria, una donna chiamata a diventare la madre di Dio. E questa è una mancanza grave per chi si assume il compito di fare cultura, sia pure attraverso lo strumento dello scandalo e della provocazione. Perché la divinità di Maria sta proprio qui: essere parte dell’umanità e delle sue sofferenze e al tempo stesso parte del progetto di Dio che si fa uomo perché l’uomo possa imparare a conoscerlo e a trovare in Lui la ragione che gli sfugge della sua esistenza. Guardando alle violenze del mondo, papa Wojtyla disse una volta: “Fermatevi davanti al bambino, nei bambini c’è tutta la nostra speranza di un mondo migliore”. Allo stesso modo ritengo che tutti noi, cristiani e non cristiani, abbiamo il dovere di fermarci davanti alla figura della madre di Dio. In quella figura c’è molto di più di un semplice simbolo o di una semplice persona, c’è una sacralità che ognuno di noi non può disconoscere e che non merita di essere offesa a meno che non riteniate sia lecito offendere Dio stesso. Signori imputati, se guardiamo bene alle nostre leggi e a quello che ci dicono riguardo al vilipendio della religione, questo senso del limite è proprio ciò che comunque cercano di comunicarci. E quindi vi ritengo colpevoli del reato che vi viene ascritto e vi condanno all’unica pena che giudico adeguata: una visita al santuario di Fatima. Andateci con spirito libero, andateci pure con l’animo di chi non crede: quel luogo vi parlerà meglio di quanto possa aver fatto in quest’aula di tribunale un semplice magistrato, di religione e di rispetto, della divinità di Maria e della natura degli uomini».
Mi piace immaginare così ciò che avrebbe potuto dire il procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola, se solo avesse voluto farlo. Ha preferito invece riscrivere la storia del cristianesimo e sentenziare che l’oltraggio alla Madonna non è una colpa. Ma sono sicura che la prima a perdonarlo - quanti di noi non sanno quello che fanno - sarà proprio la Madre che ha deciso di non riconoscere.