«Second Life» terra di missione per i gesuiti

Il cyberspazio da 8 milioni di utenti pullula di santuari, pagode e moschee, ma la Chiesa cattolica è assente

Con la stessa solerzia con cui un tempo attraversavano il mare sino alle remote isole del Giappone, si vestivano all’orientale come Matteo Ricci per recarsi dall’imperatore della Cina, oppure sfidavano la potenza del Portogallo e della Spagna per difendere gli indios, ora i gesuiti attraverseranno le eteree frontiere che separano il nostro universo da quello parallelo che galleggia nella rete.
La compagnia di Gesù ha infatti auspicato, sulle pagine del suo prestigioso quindicinale Civiltà cattolica, che la Chiesa di Roma affronti «i rischi e le opportunità» che offre Second Life, il metaverso per eccellenza, nuova patria d’elezione di migliaia di possessori di avatar che, se lasciano la loro greve fisicità da questa parte della tastiera, sicuramente un po’ della loro anima se la portano anche nella loro nuova vita in codice binario.
Una scelta che non vuol essere in nessuna maniera una presa di posizione, un giudizio di merito relativamente alla vocazione di milioni di persone ad avere un’identità parallela in forma di codici binari pagati a suon di «Linden dollar». L’editoriale a firma di padre Antonio Spadaro altro non fa che prendere atto di un fenomeno della contemporaneità, e magari anche di un ritardo dei cattolici a recepirlo. Le isole virtuali che galleggiano attorno al continente principale del «cyber-mondo tridimensionale» inventato da Philip Rosedale pullulano ormai di pagode, moschee, templi shintoisti, e persino chiese virtuali (tra cui anche una virtual Notre Dame). Esattamente come non mancano gruppi che hanno spiccate propensioni spirituali e che non si limitano a svolazzare da un’isola all’altra per comprare gadget per il meta-sè (avatar) o per broccolare sconosciute. Del resto il successo di Second life è passato proprio dalla capacità di questa interfaccia tridimensionale di favorire le iniziative creative degli utenti, buone o cattive che fossero, puntando su una libertà di mercato e di circolazione delle idee, che ora potrebbe tramutarsi anche in libertà di culto e diffusione della trascendenza. Per dirla come Civiltà Cattolica: «Se ci sono persone che esprimono se stesse attraverso le metafore della Seconda vita e alcune di queste esprimono bisogni di carattere spirituale, allora forse non è da trascurare la possibilità che tale domanda non rimanga inevasa». Idee che hanno già visto realizzazioni d’avanguardia come quella dell’arcidiocesi di Washington che ha già su Second life una sua interfaccia virtuale. Una libertà di impresa, di religione, di comunicazione che potrebbe non replicarsi in tutti gli emuli della pionieristica, e prototipica, creazione dei Linden Lab che, a breve, si propongono di saturare la rete. Uno dei progetti più avanzati, attualmente in fase di test, è HiPiHi la risposta cinese a Second Life il cui fondatore, il trentottenne Xu-Hui, ha l’ambizioso progetto di raggiungere i 100mila utenti entro i primi tre mesi. Peccato che il nuovo cyber-mondo rischia di finire sotto l’occhiuta sorveglianza di Pechino, che ha sviluppato uno dei sistemi di monitoraggio sulla rete più efficienti al mondo.
Quello che secondo alcuni analisti ne verrà fuori sarà un universo parallelo in stile «Cortina di Bambù», che verrà messo sotto controllo, soprattutto per quanto riguarda il versante commerciale e la conversione di moneta reale in «moneta virtuale» (una delle caratteristiche che hanno contribuito al decollo dell’economia interna a Second Life). Un problema che si aggiunge al fatto che in Cina i computer adatti ad una navigazione 3D restano una minoranza. Quanto poi al proselitismo virtuale, alla libertà religiosa e ai missionari in forma di avatar i tempi di Matteo Ricci sembrano essere proprio lontani dalle chiusure della cina contemporanea.