Sensini e la notte magica: «Nel ’90 vi battè la fifa»

«Non avete osato, noi puntavamo al pari. Goycoechea l’eroe. In finale non c’era rigore»

Paolo Brusorio

da Milano

«Il calcio è uno sport dove si gioca undici contro undici. Poi, alla fine, vince sempre la Germania». L’ha detto Gary Lineker centravanti dell’Inghilterra. È la fotografia di Italia ’90. Notti magiche inseguendo un gol, cantano Nannini e Bennato, ci sono gli stadi nuovi ma sono già vecchi prima ancora di inaugurarli. Cinquecentosettanta miliardi il budget previsto per gli impianti: 1.250 la spesa finale. È l’Italia di Vicini: doveva essere anche di Vialli, diventerà quella di Schillaci. Totò arriva da Palermo, ha gli occhi che spuntano dalle orbite, segna contro l’Austria (1-0), poi Giannini ci libera dagli Usa e ancora Schillaci apre la strada contro la Cecoslovacchia, opera finita da Baggio con un ricamo dei suoi. Ottavi contro l’Uruguay, ancora Schillaci ormai re Mida, poi Serena. Quarti con l’Irlanda: Schillaci ci prende per mano, occhi aperti sul mondo. Il buio arriva in semifinale, «quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare», dice Gianluca Vialli per spaventare l’Argentina. Il solito Schillaci, Zenga cicca l’uscita, Caniggia pareggia. Finisce ai rigori: Donadoni e Serena sbagliano, gli argentini sono di ghiaccio e in finale. Italia-Inghilterra a Bari è l’ultimo atto per il terzo posto, vinciamo 2-1 (Baggio e Schillaci) ma è un’inutile medaglia di bronzo. Mondiale alla Germania che in una orribile finale vince con un inesistente rigore di Brehme. Il fallo su Voeller è di un giovane difensore argentino, Nestor Sensini. Che ora racconta. A cominciare dalla partita inaugurale.
Il Camerun vi travolse in tutti i sensi.
«Già dal loro riscaldamento capimmo che erano particolari. Si preparavano alla partita a ritmo di danza. Ci colpì la loro aggressività. E meno male che alla vigilia ci misero in guardia dal gioco duro perché nei confronti degli africani l’atteggiamento fu molto permissivo».
Campioni del mondo, sconfitti dai neofiti del Camerun. Che aria tirava in ritiro?
«C’era molta amarezza. Eravamo in sala tv e Bilardo ci disse “se non passiamo il turno tiro giù l’aereo, in Argentina non torniamo”».
Già che ci siamo, parliamo di Bilardo.
«Un allenatore meticoloso. Appassionato del calcio europeo e molto severo. Una volta, durante un allenamento, Troglio perse tempo guardando un aereo in cielo, il ct andò su tutte le furie e lo cacciò dal campo».
Gli ottavi valgono una finale: Argentina-Brasile a Torino.
«Avevamo già le valigie pronte. Il Brasile ci dominò per quasi tutta la partita. Poi Caniggia lanciato da Maradona - di destro - riuscì a segnare. Il resto lo fece Goycoechea che parò l’impossibile».
Ai rigore battete la Jugoslavia e siamo alla sfida con l’Italia in semifinale. Si gioca a Napoli, Maradona fa il Masaniello e arringa il «suo» popolo: «L’Italia si ricorda di voi solo in queste occasioni, per il resto dell’anno vi ignora», fu il petardo spedito nella bocca del Vesuvio per farlo scoppiare. Come fu la vigilia?
«Giocare a Napoli fu un grande vantaggio, inutile negarlo. La frase di Diego? In tempi normali sono cose che non si devono dire, ma in quel contesto quelle parole seguivano una strategia precisa. Quella di spaccare in due il tifo del San Paolo. E Diego ci riuscì».
Perché ha vinto l’Argentina quella semifinale? Solo per l’errore di Zenga e Ferri sulla rete di Caniggia?
«Se prendi un gol c’è sempre qualcosa che non funziona. Anche Vicini fu criticato per non aver fatto marcare Diego da Vierchowod. Ma a quell’Italia è mancato il coraggio di vincere. Noi non avevamo più gambe. Non so perché non avete spinto di più quella sera. Il nostro obiettivo era quello di arrivare ai rigori».
Che portarono Goycochea in paradiso.
«Dopo quella semifinale era diventato un star, dovevo servirgli la colazione in camera. Fu lui l’eroe del mondiale».
E siamo arrivati alla finale.
«Eravamo in condizioni disastrate. Diego aveva una caviglia gonfia e non si era allenato, Caniggia era squalificato, c’erano un paio di debuttanti come Dezotti e Lorenzo. Una brutta partita, la fotografia di quel mondiale. L’equilibrio fu spezzato dall’arbitro».
Voeller in area di rigore, Sensini entra in scivolata, la palla cambia direzione. E con lei anche il fischietto di Codesal che indica il rigore.
«Per un paio di anni è stato un incubo, in Argentina me l’hanno fatta pagare. Poi ho superato le difficoltà grazie anche ai compagni. Forse non rifarei quell’intervento ma io toccai la palla».
Mai più rivisto Codesal?
«“Non ho niente da dirgli”, dissi ai giornalisti che ci volevano fare incontrare».
Come vi accolsero in Argentina?
«Come vincitori. Fu bravo Diego a preparare il terreno montando la storia dei fischi dei tifosi italiani durante il nostro inno in finale. Certo, non speravamo di esservi simpatici, ma non avevamo fatto così tanto per guadagnarci un simile trattamento».
Il migliore di quel mondiale?
«Tre giocatori: Matthaus, Goycoechea e Schillaci».
(10. Continua)