Una sentenza dopo l’altra per demolire la Bossi-Fini

Roberto Maroni indagato per il respingimento in Libia di 227 migranti. L’accusa? Abuso d’ufficio. Era il maggio 2009, primo passo della nuova legge sull’immigrazione che punta alla tutela delle coste italiane, la Bossi-Fini, primo puntuale attacco alle politiche del governo in materia. Eppure la legge non nega possibilità di asilo. Anzi assicura risposte veloci. Quel provvedimento non piacque ai Radicali, i primi a interessare i magistrati dell’operato del governo. Il titolare del Viminale fu processato. E il caso archiviato dal Tribunale dei ministri; perché il respingimento è «una tipica espressione della politica di sicurezza dell’esecutivo e integra un atto politico non sindacabile in sede penale».
Non potendo accusare il ministro, si è passati alla demolizione della Bossi-Fini. Sollevando dubbi sulle autorità che applicano la norma e vanificando le sanzioni a colpi di sentenze. Il primo attacco al testo, che alcune procure stanno smontando un pezzo alla volta, c’è stato dopo il via libera al reato di clandestinità, nel luglio 2009. Cinque mesi e il giudice di pace di Agrigento accoglie l’eccezione d’incostituzionalità sollevata dalla Procura: processo sospeso per 21 persone sbarcate a Lampedusa. Un giudice ha sostenuto che la Bossi-Fini viola la proporzionalità della legge penale e l’art. 117 della Carta, perché infrangerebbe gli obblighi sul trattamento dei migranti. Una decisione delle Sezioni unite della Cassazione impedisce il rimpatrio delle famiglie irregolari se ci sono minori «inseriti nel tessuto sociale». Altro colpo dalla Corte costituzionale, che non permette di processare i clandestini se indigenti: «Non è imputabile lo straniero che in estremo stato di indigenza, o comunque per giustificato motivo, non ha reiteratamente ottemperato all’ordine di allontanamento del questore». Così è stato dunque smantellato il pacchetto sicurezza.
Recentemente ci si è messa anche l’Europa ad attaccare la Bossi-Fini. Bruxelles ha chiesto all’Italia di ricevere una direttiva datata 2008, che non ammette il carcere per la clandestinità. Il governo avrebbe potuto aggiornare la legge italiana. Entro dicembre. Ma non era tenuto a farlo. Scattato il termine, le procure hanno tirato la volata al ministro, sospendendo un centinaio di provvedimenti. Come? Un ricorso alla Corte di giustizia europea. Gli ultimi casi di disapplicazione nel 2011: un giudice di Rovereto ha sollevato «dubbi di compatibilità con i principi generali posti dal diritto comunitario». Decisione sospesa. Ricorso a Lussemburgo anche per il pool della Prima sezione penale di Milano. Mentre a Torino la Procura ha scomodato la Cassazione per prosciogliere un nigeriano in carcere per non aver rispettato il foglio di via. La Corte dovrà decidere in due mesi.
Resta un fatto: le procure denunciano abusi, ma in materia di assistenza ai migranti l’Italia è un modello per ammissione della stessa Europa. La direttiva Ue concede la possibilità del trattenimento per un massimo di 18 mesi. I magistrati vorrebbero applicare quella e mettere i clandestini sulle strade con un foglio di via. Facile da aggirare. Un treno e ci si allontana.
Fortunatamente non tutti agiscono contro il Viminale. A Verona un magistrato ha condannato un clandestino a dieci mesi. Mentre a Cagliari, Brescia, Firenze l’assalto continua. Il leit motiv è lo stesso, perseguire la «non applicazione della norma», voluta da Maroni.