Senza le luci accese dei cinema nessuna città può sopravvivere

(...) il metro più attendibile di una pericolosa distorsione dello sviluppo. Vuol dire che sta evaporando il benessere, dunque la fiducia, dunque le condizioni della buona convivenze sociale.
La seconda frase del messaggio è la seguente: “Se si spengono le luci dei negozi, cinema, ecc, qualcosa scompare per sempre, finisce la vita urbana così come l'abbiamo conosciuta da secoli“.
La bottega o il piccolo cinema sono, infatti, luoghi in cui un modo minimo di adulti e bambini, di anziani e di giovani, di ceti più o meno agiati, si incontrano, si conoscono, si scambiano non soltanto beni, ma anche notizie e cultura, e sono il luogo piccolo e solido in cui si forma la vita sociale della città. Qualcosa sta gravemente deformando la vita del piccolo esercizio che è legata alla vita della città».
Prosegue ancora il vigile Andreini: «È l'espandersi delle vaste aree commerciale, immense catene legate a grandi gruppi e a grandi finanziamenti. Andando di questo passo come in un film minaccioso spegneremo le luci della città, avremo strade cieche e deserte adatte alla microcriminalità e al fiorire di mercati illegali e rischiosi che sostituiscono quelli legali». E conclude: «A luci spente la nostra città non può vivere. Il danno è immensamente più grave di quello delle piccole attività che chiuderanno, il danno è la cancellazione dell'identità stessa della città, che nessun ipermercato può ricostruire. Sto notando che nella mia città si stanno aprendo sempre più finti negozi, finti cinema, con finti prodotti, dal film al fast food, all'oggetto in finta offerta. La finzione non serve. Una volta chiuse le attività del centro, una civiltà a una tradizione se ne saranno andate e nessun teatrino ne potrà prendere il posto». Ha ragione.
Brunella Maietta