Senza Ue non si va

Eppure l'Italia e gli italiani hanno bisogno dell'Europa. Molte delle critiche all'europeismo e al trattato costituzionale dell'Unione Europea bocciato dai franco-olandesi hanno fondamento. È vero che il decennale processo di unificazione è stato segnato dal deficit di democrazia che ha contribuito ad alienare importanti settori delle opinioni pubbliche europee. È vero che l'allargamento a 25 è stato frettoloso e malamente realizzato prima che fossero definite le basi dell'impalcatura politico-istituzionale. È vero che la macchina burocratica di Bruxelles si è persa in una miriade di dettagli regolatori senza senso.
È vero che il trattato costituzionale è stato configurato più come un collage di variegati principi, interessi e obiettivi che non come un chiaro disegno per la nazione europea. È vero che «l'Europa ha mancato d'anima», per cui sui popoli di due Paesi fondatori - Francia e Olanda - hanno fatto breccia le pulsioni localiste e nazionaliste alimentate dalle estreme destra e sinistra. Tutto ciò è innegabile. Ma per le gloriose nazioni e per i popoli del vecchio continente che hanno conosciuto tante tragedie, l'Europa resta la grande speranza da trasmettere alle future generazioni. Europa, dunque, sì, anche se è necessario ripartire dalla consapevolezza degli errori del passato e da un nuovo disegno per il futuro.
Tentiamo un bilancio. È proprio l'Europa bloccata a Parigi e Amsterdam che ha prodotto sessanta anni di pace e di benessere senza precedenti. I conflitti interni al continente sono scomparsi. Il totalitarismo sovietico e comunista è crollato di fronte alla calamita delle libertà e delle democrazie d'Europa che hanno attratto i popoli soggiogati come accade ancora oggi con le Repubbliche ex-sovietiche. La Germania è stata incapsulata in modo tale da scoraggiare le sue pulsioni egemoniche. E la prospettiva europea è stato l'orizzonte ideale per le forze cristiane, liberali e socialiste-democratiche contro le destre scioviniste e nazionaliste e le sinistre pseudo-rivoluzionarie.
Il libero mercato e la moneta comune, quale che siano i danni sofferti da alcuni settori della nostra popolazione, hanno costituito un ancoraggio per la stabilità economica, la protezione contro l'inflazione, la lievitazione degli interessi e le tempeste finanziarie e speculative. Se guardiamo in una prospettiva generazionale il bilancio d'Europa è non solo positivo ma rappresenta la base stessa su cui poggia il nostro Paese moderno, sviluppato e benestante.
Tutto ciò non significa affatto che la questione europea vada bene così com'è andata finora. Avere pensato che fosse possibile arrivare a una rapida omogeneizzazione attraverso le integrazioni funzionali (carbone e acciaio, mercato comune, moneta...) tra Paesi così diversi, soprattutto dopo il passaggio da 6 a 15 e da 15 a 25 Stati, è stata un'illusione che ha avuto la forza ma anche la debolezza del piccolo realismo utopico. Di tale insegnamento bisogna tenere conto: per andare avanti ma non per tornare indietro.
Non parlo del ritorno alla lira perché mi pare una boutade buona per catturare l'opinione pubblica scontenta ma non per costituire un possibile progetto politico. Procedere verso un'unità politica democratica capace di guidare il grande spazio europeo di libero scambio e di moneta unica è la vera sfida dell'Unione Europea. Di un'Europa che sappia essere all'altezza della sua storia, della sua economia e delle sue tradizioni politiche e civili. Il nostro continente, se vuole tornare a essere protagonista internazionale, deve affrontare insieme alcune grandi questioni che i singoli Paesi non sanno e non possono affrontare singolarmente.
Solo un'Europa cosciente di sé può adeguatamente bilanciare gli Stati Uniti nella difesa dei valori occidentali: democrazia politica, diritti individuali e libero mercato. Solo una politica comune europea può affrontare le sfide economiche che gli vengono da Oriente con la Cina e l'India che si apprestano a divenire i giganti del futuro. Solo una comune politica estera, di sicurezza e di difesa può fare fronte al terrorismo islamista e alla pressione che il mondo musulmano esercita sull'Occidente. Senza l'Europa il nostro Paese, ancor più delle grandi nazioni vicine, è destinato alla decadenza e all'emarginazione. Con l'Europa, pur se diversa da quella burocratica e inamidata d'oggi, possiamo salvaguardare anche gli interessi nazionali.
m.teodori@agora.it