Sergio Ricossa: "Libertà è ribellarsi allo Stato predone"

Questa intervista è stata raccolta un mese fa, nel novembre 2006. A vent’anni dal 23 novembre 1986 quando a Torino si svolse una marcia che coinvolse oltre trentamila cittadini che sfilarono per le vie di quella città chiedendo “meno tasse”. Fu guidata da tre persone: Antonio Martino, Gianni Marongiu e Sergio Ricossa. Oggi a vent’anni di distanza a Roma ci sarà una manifestazione contro gli abusi fiscali di questo governo. Nei momenti forti, significativi, pregnanti della storia di un paese bisogna tornare alle radici. Per questo il Giornale ha pensato di chiedere a Sergio Ricossa di chiarire un po’ di questioni a riguardo della libertà economica e del fisco. Ricossa è liberista da sempre, anche quando dirlo ne poteva mettere a repentaglio la propria integrità fisica. A quel tempo non c’era il centrodestra, non c’erano partiti che si rifacessero all’idea liberale. C’era solo un’idea, e chi credeva, come Ricossa, che quell’idea avrebbe trovato il consenso nel cuore e nella mente della gente e così fu per dire che l’idea liberale è più forte di quel pantano vero e proprio che è rappresentato dal centrosinistra.

Raramente in Italia si è avuta una reazione negativa così corale ed estesa a questa Finanziaria. Di fronte a ciò il Presidente Prodi ha detto che il Paese è impazzito. Professor Ricossa c’è bisogno di cure psichiatriche per gli italiani?
«Macché. La gente non è impazzita, è spaventata. Questa è una Finanziaria alluvionale».

In che senso?
«Nel senso che non finisce mai e rischia di portare via con sé molto del reddito degli italiani».

Perché dove c’è la sinistra prima o poi sbucano le tasse?
«Perché la sinistra ha la mania dell’interventismo in economia e per intervenire occorrono risorse, occorrono soldi. E cosa può fare un governo di sinistra se non mettere le tasse? Deve spendere e quindi deve incassare. Non c’è via d’uscita, peccato che a pagare siamo sempre noi».

Prof. Ricossa, questo governo ha detto che combatterà l’evasione in tutti i modi possibili e immaginabili e ha annunciato che dal 2009 non sarà più possibile pagare alcunché in contanti se non sotto la cifra dei cento euro.
(ride) «Qualche volta l’evasione è un bene non un male. Se c’è un sistema fiscale perverso viva l’evasione. E il nostro è un sistema perverso perché porta via troppo alla laboriosità dei privati, li danneggia eccessivamente dando soldi a uno Stato che ne spreca moltissimi. Se ci fosse un fisco giusto si potrebbe andare a caccia degli evasori, ma con tutta probabilità sarebbero molti di meno perché molti di quelli che oggi non pagano le tasse, per difendersi, in quel caso le pagherebbero».

Ma allora la caccia all’evasore non è un fatto positivo?
«La caccia all’evasore può fare più danno che l’evasione stessa perché è provato che lo Stato spenderà quei soldi ricavati dall’evasore peggio dell’evasore stesso».

Professore, questo governo dice di voler fare una Finanziaria per redistribuire la ricchezza e Rifondazione comunista ha scritto che anche i ricchi devono piangere. Come mai in Italia c’è questa lotta alla ricchezza?
«Ma che lotta alla ricchezza, tutti la cercano solo che i politici hanno la possibilità di rubarla agli altri, le persone comuni no. I politici hanno inventato una strana filosofia per la quale si può sottrarre la ricchezza a chi la produce senza neanche esserne incolpati. Anzi provando a far ritenere agli altri tutto questo come un atto meritorio e di giustizia».

E della tassa di successione cosa ne pensa?
«Certo può darsi che un patrimonio accumulato in una vita di lavoro possa finire nelle mani di figli e parenti inetti. Ma l’alternativa è di darne una parte allo Stato che, in molti casi, si è dimostrato più inetto di quei figli».

E della questione Telecom?
«Penso che il governo Prodi è statalista perché cerca di portare il più ingente quantitativo di risorse private nel campo pubblico. Ci hanno provato con la Telecom e vedremo come andrà a finire ma certamente non finiscono qui i loro tentativi di andare in questa direzione. Loro sono convinti che questa sia la strada giusta, io penso che sia una trappola. Continuo a essere convinto che c’è ancora troppo denaro nelle mani pubbliche e che sottrarlo ai privati vuol dire aumentare lo spreco di denaro e derubare gli onesti».

Passiamo a cose più serie. È morto da poco Milton Friedman, qual è secondo lei la sua eredità?
«Friedman è stato certamente l’economista del ventesimo secolo che ha rilanciato di più il liberismo. Lo ha fatto con libri di grande successo (uno per tutti Free to Choice), ma lo ha fatto anche ispirandosi alle grandi politiche liberiste del secolo scorso come quelle di Reagan e della Thatcher. Per quanto riesco a vedere io non scorgo all’orizzonte successori».

Tra due grandi maestri del XX secolo come Friedman e Keynes ci sono solo delle differenze di tipo economico o ci sono anche delle differenze di altro tipo?
«No no, ci sono differenze filosofiche fondamentali che sono anteriori alle differenze economiche. Friedman è l’espressione di un’America che esce da una guerra vincitrice, che crede in se stessa, nelle proprie capacità di riscatto e che ha voglia di mettersi in gioco in prima persona. Crede nell’individuo e nelle sue capacità. Keynes assiste alla crisi del ’29 e immagina che quella crisi non sia una crisi di quel tempo ma che sia una crisi economica del mercato in quanto tale e che quindi occorra intervenire e che sia lo Stato a doverlo fare. La storia ha detto che non era così e che quella crisi non era dovuta al mercato in se stesso che non funziona ma che era dovuta a precisi fattori storici e monetari che Friedman stesso ha poi spiegato in modo diverso da Keynes e più convincente».

Da cosa è originata, secondo lei, la semplicità estrema con la quale Friedman ha scritto i suoi libri, che poi è anche una sua caratteristica?
«Friedman nella sua vita si era molto americanizzato e da quelle parti la semplicità è una virtù. Da noi chi fa più fumo sembra che abbia più idee. E poi c’è anche un’altra questione: tutta questa matematicizzazione dell’economia ha creato un imbarbarimento nell’economia stessa. Formule e formulette difficili da capire. Il più delle volte equivoche. Non si può riassumere in una formuletta la complessità dell’economia. Per andare in cattedra dovetti farlo anch’io ma poi la vita è tutt’altra cosa. L’economia è vita e non può essere ridotta a formule matematiche. L’economia è una parte consistente della vita e va considerata con semplicità da una parte e consapevoli che rispondere alle questioni economiche vere è rispondere a questioni umane».

Cosa ha voluto dire il Keynesismo in Italia?
«In Italia l’eredità di Keynes ha voluto dire una nuova formulazione, più concreta, dell’antica ricetta della necessità di intervento dello Stato nel mercato con l’obiettivo di renderlo immune da difetti. Una pia illusione: un intervento massiccio dello Stato, spesso (anzi quasi sempre), finisce per moltiplicare i difetti e non risolvere i problemi. Quello che è certo è che risolve alcuni problemi dei politici che intervenendo nel mercato acquisiscono più potere».

Secondo lei c’è stata una qualche ubriacatura liberista nel secolo scorso?
«Francamente non mi pare. Certamente ci sono Paesi dove la tradizione liberista è più marcata, tipo gli Stati uniti, e dove la propensione al rischio individuale è estesa a tutte le fasce della popolazione comprese quelle medio basse. Ci sono Paesi, come il nostro, dove questa tradizione fa fatica a vedere la luce tant’è vero che siamo costretti a rifarci ancora alla lezione di Luigi Einaudi. Quello che è più interessante è che ci sono Paesi come la Gran Bretagna che a volte è stata liberista e a volte è stata meno liberista e più laburista. Ma ciò che è più interessante ancora è che i laburisti, soprattutto sotto la guida di Tony Blair, sono divenuti amici del mercato e profondamente contrari all’interventismo che caratterizza ancora la sinistra e il centrosinistra italiani».

Ma alla fine nel Novecento chi ha prevalso, Friedman o Keynes?
«Keynes ha avuto più risonanza perché apparteneva al suo tempo più di Friedman. Basti pensare al New Deal del presidente Roosevelt. Scrisse in un’epoca che, dal punto di vista delle politiche economiche, fu caratterizzata da una notevole dose di interventismo pubblico. Friedman è dovuto andare sempre contro corrente ma, alla resa dei conti, i Paesi che hanno maggiormente seguito la sua “ricetta” sono quelli che oggi corrono di più, in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna».

In molti dicono che i liberisti non si occupano di solidarietà. Qual è la ricetta di un liberista per combattere la povertà?
«Bisogna lasciare le forze produttive di un Paese il più libere possibile di fare il loro mestiere: produrre con efficienza e nella maggiore quantità possibile. Ovviamente, come ha insegnato Hayek, sarebbe scandaloso per quella che lui chiama La Grande Società lasciare che qualcuno muoia di fame. Ma è molto importante capire bene quali sono le ragioni della povertà: se dietro di essa ci siano motivi di forza maggiore (come ad esempio una famiglia colpita da una disgrazia di qualsiasi tipo) oppure se questa mancanza di reddito è dovuta a pigrizia, a incapacità di condurre un’impresa, a una incapacità di gestire il proprio reddito e i propri risparmi. Lo Stato non può pagare sempre per gli sbagli o l’inefficienza di tutti».

Secondo lei il liberismo in Italia e nel mondo ha ancora qualcosa da dire?
«Credo di sì. È qualche cosa che è connesso con la libertà stessa. Se non ci fosse non avremmo la libertà della quale godiamo. Chiedersi se il liberismo ha ragione di esserci è come chiedersi se ha ragione di esserci la libertà».

Occuparsi della libertà economica e metterla al primo posto è una roba da materialisti?
«La libertà economica ha anche una dimensione spirituale. La libertà economica è gran parte della libertà tout court. Non possiamo fare quasi niente nella nostra vita senza spendere denaro. Se sto leggendo un libro di filosofia posso chiedermi chi ha pagato chi lo ha scritto, chi lo stampa, chi lo compra. Potrà sembrare banale ma la vita è fatta così. Difficilmente chi non si occupa della libertà economica potrà occuparsi delle altre libertà dell’uomo».