Sessant’anni dopo Giuseppina uccisa ancora

Ancora oggi nessuna vergogna per l’efferato delitto compiuto il 28 aprile 1945 da partigiani savonesi

Ghersi Giuseppina (uccisa da partigiani a Savona, all’età di 13 anni, il 28 aprile 1945). L’ex fossore B. Bruno, testimonianza raccolta a fine marzo 2001, vide all’esterno del Cimitero il corpo straziato di una ragazza giovane, col capo rasato e coperto di vernice rossa (corrisponde a Ghersi Giuseppina) tra i corpi vi era quello di un’altra giovane anch’essa col capo rasato (Amelia Piccone di anni 19, cameriera, nubile, uccisa a Lavagnola, che nei registri dei morti di quei giorni, vedi Bombe su Savona, appare registrata sei o sette nomi dopo Ghersi G. Giuseppina andava a scuola all’istituto Rossello a Savona e scrisse un tema di lode al fascismo e al duce che venne segnalato alla Segreteria del medesimo, ottenendo i suoi ringraziamenti. Il fatto venne risaputo, la ragazzina stessa si vantò dell’episodio. Ma la cosa non venne tollerata nel campo dell’antifascismo comunista e due individui armati e mascherati si presentarono alla sua abitazione: uno di essi puntando una pistola verso la madre, unica presente in quel momento, chiese ove si trovasse sua figlia (era il febbraio 1944 e Giuseppina aveva appena compiuto 12 anni). La ragazzina per fortuna non era in casa e la signora Ghersi avendo intuito che i due erano partigiani e intendevano sequestrare la figlia si mise a urlare e i due fuggirono. La donna non sapeva il perché del tentativo, ma più tardi le riferirono che qualcuno aveva messo in giro la diceria che la figlia fosse una spia. Per sottrarla ai pericoli i genitori chiesero a dei conoscenti di ospitarla.
Ma il 26 aprile 1945 i partigiani erano ormai padroni della città: quella mattina, alle ore 6.30 i coniugi Ghersi si recavano al mercato ortofrutticolo all’ingrosso di c.so Ricci per acquistare prodotti da vendere nel loro negozio di frutta e verdura. Vennero fermati da due partigiani armati, di uno si sa il cognome, e accompagnati al campo di prigionia di Legino, vecchia ala della scuola elementare di via Bove. Il mattino del 27 i due vennero interrogati separatamente dal comandante del Campo Rossi Luigi «Toni» (condannato nel 1951 a 27 anni per la strage dei Biamonti), la signora Ghersi riferì di aver subito minacce e percosse, costretta a dire dove era nascosta Giuseppina e infine a consegnare le chiavi di casa e a indicare dove tenesse nascosti i denari. La madre ebbe rassicurazioni sulla sorte della figlia stante la sua giovanissima età, ma anche lei doveva essere interrogata. Alla fine dell’interrogatorio «Toni» ordinò ad un partigiano (si sa il cognome) di accompagnarla a prendere la ragazzina e la madre vinta la paura lo condusse a casa dei conoscenti; infine con lei rientrarono al Campo di Legino. Quella stessa sera del 27 i genitori vennero trasferiti alle carceri di S. Agostino, la madre rilasciata dopo pochi giorni, il padre l’11 giugno. Tornata libera seppe dalla sorella che Giuseppina era stata uccisa, trovando in seguito la sua tomba nel campo «A» del Cimitero di Zinola; entrata in casa la trovò in disordine priva dei valori e dei commestibili che vi aveva lasciato.
Nel campo di prigionia di Legino Giuseppina venne violentata e brutalmente percossa. Nel primo mattino del 28 (per testimonianza della madre il 27 era ancora viva nonostante i registri indichino il 26 come data della sua morte) la ragazzina venne condotta all’esterno del Cimitero di Zinola, lato sinistro del cancello, massacrata a pugni e calci e, agonizzante a terra, finita con un colpo di pistola in testa da un partigiano di Bergeggi (del quale si sa il cognome): il suo corpo, il primo di una fila di sette (l’ultimo era quello di Amelia Piccone) fu visto già alle ore 10: era in condizioni pietose, il viso sfigurato dai pugni ed il corpo straziato. Le testimonianze sono state rese da un fossore un po’ recalcitrante (che vide bene il corpo) e da un allora ragazzo che ha fornito una descrizione più completa, il quale si era recato con il padre ed un amico di questi a vedere i cadaveri nella ricerca di un conoscente scomparso. Due giorni prima, il 26 aprile, lo zio di Giuseppina Attilio Mongolli, di anni 33, contrabbandiere e trafficante al mercato nero, che di solito girava con rotoli di banconote e aveva la cattiva abitudine di mostrarli, viene catturato, torturato e infine ucciso lo stesso giorno poco dopo le ore 12 dietro le Officine Servettaz, in V.le Alighieri (ove ora ci sono la piscina scoperta di C.so Colombo e i giardini adiacenti). Nella stessa circostanza della fucilazione di tre prigionieri, tra i quali il citato Mongolli, per errore venne ferito a morte da uno dei suoi il comandante partigiano Bazzino Augusto: un prigioniero tentò di sottrarsi all’esecuzione, Bazzino si lanciò per bloccarlo proprio mentre il partigiano Pierin B. con il suo mitra apriva il fuoco sul fuggitivo: il prigioniero venne ucciso mentre Bazzino ferito gravemente venne trasportato al vicino ospedale S. Paolo, allora in C.so Italia, ove morì due giorni dopo. Come atto riparatorio i compagni di Bazzino, con false dichiarazioni, gli fecero ottenere la medaglia d’oro che garantì un vitalizio alla moglie e alla figlia di tre anni: oggi a Savona gli è intitolata una via e una cooperativa di trasporti, voluta dallo zio Bazzino Francesco anch’egli comandante partigiano, porta il suo nome.
Per Ghersi nel 1951 vi fu un simulacro di processo durato non più di 15 minuti (nell’ambito del processo per la strage dei Biamonti) ove i responsabili vennero prosciolti, per il gioco delle amnistie e per testimonianze non necessariamente veritiere. La giovane età allora non faceva premio: una volta affermato che trattavasi di spia tutti nell’ambiente resistenziale si sono attenuti alla versione data.
E a proposito di testimoni a posteriori, torniamo ai tempi nostri. In questi giorni alcuni giornali hanno rievocato con articoli e lettere la sorte di Giuseppina la cui particolare efferatezza ho voluto qui sottolineare anche per ricordare meglio a qualcuno di che cosa stiamo parlando: Giuseppina era poco più di una bambina. È penoso vedere che perfino chi dovrebbe avere umanità e sensibilità di donna, ne appaia totalmente priva, annebbiata dal rancore per aver perso un proprio familiare in quei tempi infausti. Altro che «esecuzione», è stata una porcheria. Ma tutto viene giustificato dall’ideologia, lo sterminio praticato allora doveva permettere l’avvento del «Sole dell’avvenire», dal quale tutti quelli che allora e fino a pochi anni fa lo auspicavano compresi quelli dei quali qui si parla e nonostante i loro sforzi autolesionistici, hanno avuto la fortuna di salvarsi.
Ed in merito alla consapevolezza di allora della scelta di campo tra fascismo e antifascismo (tutti, ma proprio tutti, in montagna per amore della libertà?) voglio ricordare un solo esempio certamente conosciuto anche da diverse persone che qui leggono: una donna allora giovane nell’estate del 1944 aveva una relazione con un ufficiale tedesco con i baffetti, poco dopo il suo giovane fratello venne ucciso dai tedeschi. Il fatto pose fine alla relazione, lei divenne antitedesca, antifascista e partigiana, con la conseguenza di risparmiarsi al momento della «Liberazione», la rasatura dei capelli, la verniciatura del cranio con antiruggine rossa ed un proiettile in testa dopo molto probabili violenze.
Un po’ di misura non stonerebbe; ormai in tanti sanno ciò che è avvenuto, fatti, nomi e talvolta anche particolari: il revisionismo non c’entra, qui si contrasta la versione discutibile di una sola parte, quella solita che ha sempre fatto bene (anche le nefandezze) e ha sempre avuto ragione nonostante la Storia stessa le abbia dato torto.
Le intimidazioni non funzionano più e raccontare frottole sarà sempre più difficile.