La sfida di Cl nel meeting senza don Giussani

Amicone, direttore di «Tempi»: «La passione è quella di una volta, con noi anche non cattolici»

Stefano Zurlo

da Milano

Giulio Andreotti, ormai una sorta di “testimonial-decano” del Meeting, declina la sua inossidabile longevità con civettuola ironia: «Credo che Don Giussani sia stato a Rimini solo una o due volte, io ho perso il conto ma anche quest’anno ci sarò». Ecco, la prima estate in cui don Giussani non è più di questo mondo e i giornali almanaccano sulla presunta crisi di Cl, Andreotti rappresenta un segno di continuità. Uno snodo fra le venticinque passate edizioni di un Meeting vivace e impertinente e l’imminente ventiseiesima, fasciata di grandi numeri ma, secondo alcuni, anoressica sul piano del fascino. Il senatore a vita, dal suo osservatorio alto un quarto di secolo guarda lontano, oltre il cortile di casa nostra: «Mi pare che don Giussani abbia ben seminato, molto anche all’estero, e che dunque la capacità propositiva di Cl, guidata oggi non da un italiano ma dallo spagnolo Julian Carron, sia intatta. Ed è rimasta la capacità dei ciellini di smarcarsi dagli abbracci della politica».
Sono di destra, non aprono a sinistra. È un vecchio tormentone cui ora se n’è aggiunto, quasi inevitabilmente, un altro: sopravviveranno il Meeting e Cl al loro fondatore? «Questa domanda è una trappola - risponde il portavoce della manifestazione Robi Ronza - perché il carisma di don Giussani era quello del fondatore, quello di Carron del continuatore. Un’altra cosa, al passo con i tempi. Se mi si consente un paragone ardimentoso - aggiunge Ronza, autore negli anni Settanta di un fortunato libro intervista a don Giussani - qualcosa di analogo accade oggi alla guida della Chiesa: dopo Karol il grande ecco Benedetto XVI, per lungo tempo il suo principale e impareggiabile collaboratore».
È stato proprio Carron, in una recente intervista al Giornale, a capovolgere la lettura più scontata spiegando che la morte quasi contemporanea di Giussani e Wojtyla forse non chiudeva un’epoca ma ne apriva un’altra: quella del «ritorno di Cristo al centro del cosmo e della storia». Sfida vertiginosa, alla fine del secolo delle ideologie e dell’ideologia della scienza. Sfida che molti intellettuali, anche se meno di un tempo, snobbano, ma che il popolo (non solo quelli dei militanti) afferra se non altro per la coda dell’inquietudine esistenziale. «Se c’è una cosa che don Giussani ci ha insegnato - afferma Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi - è proprio l’essere inquieti, mai in porto, curiosi e pronti a incontrare e capire il nuovo e diverso». Vent’anni fa, proprio Amicone fu fra i primi ciellini a spingersi nella casa dello scandaloso Giovanni Testori, oggi il direttore di Tempi ha girato l’Italia insieme al teocon Giuliano Ferrara declinando le ragioni dell’astensione davanti al referendum sull’embrione. L’irrequietezza di un tempo è stata sepolta sotto la luccicante corazza dei valori e lo stordente armamentario presi a prestito dalla destra americana? «Ma no -risponde Amicone - la passione è sempre quella di allora. E noi non siamo teocon né cerchiamo scorciatoie rassicuranti davanti alle domande di sempre. Semplicemente vogliamo capire e con noi centinaia di giovani, cattolici e no: al Palalido di Milano a sentire il sottoscritto, Ferrara e Giancarlo Cesana c’erano cinquemila persone, a Perugia mille, e tante altre a Sassari, a Pesaro, a Reggio Emilia, nella provincia profonda che non rinuncia alla bussola nel labirinto della contemporaneità».
Insomma, il bivio che Rimini vuole riproporre alla pancia della società è sempre lo stesso: assopirsi sotto la comoda coltre del disimpegno venato di nichilismo o portare nella vita quotidiana una scintilla di eterno. «Don Giussani - è il parere di Vittorio Messori, l’unico giornalista che ha conosciuto e intervistato gli ultimi due papi - è stato un fondatore involontario. Lui non prevedeva certo Cl, il Meeting, la compagnia delle opere e tutto il resto. Lui sapeva solo di non dover chiedere scusa per essere cristiano, il resto è venuto da sé e continuerà se il movimento rimarrà fedele a questa intuizione. È una specie di legge fisica: dove c’è la fede c’è la civiltà, dove la fede si spegne affiora solo un rancoroso moralismo».
Quell’intuizione è invece evaporata a contatto con il mondo, secondo Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia: «È una parabola inevitabile in tutti i movimenti. Partono da alte riflessioni etico religiose e approdano agli affari e alla politica. A Cl è capitata la stessa cosa: si è emancipata da don Giussani e non è più un laboratorio di creatività. Anche sul piano politico il Meeting non è più un battistrada su piste inesplorate, ma semmai il megafono di questo o quel personaggio, non importa se di destra o sinistra». Dunque, un fondale adatto a trame tattiche non alle strategie di grande respiro. Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, che a Rimini dialogherà con Francesco Rutelli, rimanda al mittente questa interpretazione: «È da 25 anni, al di là delle scelte personali, che cercano di appiccicarci un’etichetta addosso. Non ci riusciranno neanche questa volta». E Ronza prova a leggere la traversata presente con gli occhiali del cammino fatto: «Fossimo stati una corrente della Dc, saremmo spariti alla fine della Prima Repubblica».
Invece, rieccoli. A Rimini, da domenica. Orfani di don Giussani, ma sempre in guerra per la battaglia più dura: sfuggire all’omologazione.