La sfida delle stelle è tra Cina e India

Guerre spaziali: con i primi "taikonauti" a passeggio nel cosmo inizia una nuova era: archiviata la rivalità tra Usa e Urss la sfida tecnologica e militare si gioca tra i giganti dell’Est

Si chiama Zhai Zhigang. Fino a ieri era il signor Nessuno, il capitano Nemo del cosmo. Da domani sarà lo Jurij Gagarin di Pechino, il conquistatore delle stelle, il simbolo, speriamo vivente, della nuova Grande Marcia cinese. Per riuscirci dovrà sopravvivere ai rischi di una tecnologia frettolosa e sbrigativa, dovrà uscire fra le stelle, nuotare intorno alla sua astronave, sperare di non trasformarsi nel Major Tom di Space Oddity, lo sfortunato cosmonauta cantato mezzo secolo fa da David Bowie.

Il tenente colonnello Zhai Zhigang ha, del resto, proprio quella missione. Deve volare nello spazio e nel tempo, cancellare quei cinquant’anni di differenza, trascinare la Cina ai vertici della tecnologia spaziale, allinearla con Washington e Mosca, bruciare la concorrenza asiatica di Nuova Delhi e Tokyo. Per farlo ha 68 ore e neanche un secondo di più. L’avventura della sua vita e la grande sfida cinese sono iniziate ieri mattina poco dopo le 11 italiane dal centro aerospaziale di Jiuquan quando il missile «Lunga marcia» ha sparato nel cielo la navicella spaziale «Shenzhou VII» con ai comandi il comandante Zhigang e due colleghi. È il terzo salto nello spazio dal 2003, ma anche il più ardito il più rischioso. Il nome di quel guscio argentato suona come «vascello sacro», ma a guardarla da vicino ricorda più prosaicamente un’attempata Sojuz russa.

Non bisogna dirlo, il comandante Zhai e i suoi compagni lo sanno bene. Li hanno mandati lassù per rompere con il passato, per tingere di colori nazionali e d’orgogliosa autarchia la corsa allo spazio cinese. A loro spetta una tappa fondamentale nell’ambizioso cammino che prevede la messa in orbita di una stazione spaziale entro il 2015 e, benché nessuno ancora lo dica, lo sbarco sulla Luna nei cinque anni successivi. Ma dipende tutto da Zhai, dipende tutto da quella tuta da 16 milioni di euro disegnatagli addosso dagli orgogliosi «compagni ingegneri» e battezzata «Feitian» dal nome di un mitologico uccello divino. Certo ricorda pure lei le Orlan comprate ai saldi spaziali russi, ma neppure questo si può dire. Inguainato in quella cinesissima, ma mai sperimentata «Feitian», il comandante dovrà salutare i compagni e le loro collaudatissime Orlan, svitare l’oblò, tentare la prima passeggiata spaziale nella storia dei taikonauti, gli astronauti di Pechino.

Per trasmettere al mondo le immagini della sua nuotata cosmica, per far schiattare di bile i concorrenti indiani e giapponesi, per raccogliere gli sguardi ammirati dei compatrioti e l’invidia del resto dell’Asia si trascinerà dietro un piccolo satellite con telecamera. Impresa ardita, complessa, pericolosa. Soprattutto se non l’hai mai provata, soprattutto se quella telecamera satellite va fuori controllo, ti colpisce, ti sbalza negli abissi siderali. L’hanno scelto apposta. L’hanno tolto dalla miseria più nera dell’infanzia, l’hanno fatto volare, e - a 41 anni - gli hanno promesso un destino tra le stelle. Ieri mattina a salutarlo c’era anche il presidente Hu. Gli ha stretto la mano e gli ha sussurrato qualcosa. «Son qui» gli ha detto «per spedirti lassù e augurarti successo». Ma quella studiata formula confuciana prima di un viaggio nell’ignoto è suonata più minacciosa di un obsoleto e comunistissimo slogan.

I taikonauti del resto lo sanno, le regole sono chiare, gli esperimenti si provano una volta sola e se funzionano si passa subito a quello successivo. Solo così si può sperare di passeggiare nello spazio in tre missioni, di portare un concittadino sulla Luna in soli 17 anni. Solo avanzando a quel ritmo si dimostrerà di essere, come spiega Jim Lewis del Centro di studi strategici e internazionali di Washington, «la potenza dominante a livello regionale». L’India, l’altro gigante regionale da sempre in gara con Pechino per il controllo delle risorse energetiche, per lo sviluppo industriale e per il ruolo di primo Paese d’Asia in ambito finanziario, commerciale ed economico, non sta a guardare. Il suo programma spaziale, partito alla chetichella 36 anni fa, punta ora direttamente alla Luna.

Spendendo soltanto un milione di dollari l’anno contro i 2,5 investiti da Pechino, il dottor Madhavan Nairm, responsabile del programma spaziale indiano, sogna la Luna senza rischiare nemmeno un uomo.
A fine ottobre la navicella automatizzata «Chandrayaan» schizzerà verso il nostro satellite, ci sparerà sopra una sonda, raccoglierà campioni di suolo e userà un braccio automatico per piantare una bandiera con i colori indiani. Nel 2012 potrebbe essere la volta di un automezzo computerizzato e, dopo il 2015, potrebbero scendere in campo anche gli astronauti. Spiazzato da questi balzi in avanti, il Giappone tenta di difendere la supremazia tecnologia dando maggiore enfasi al programma svolto a bordo della Stazione spaziale internazionale. Ma a Tokyo lo sanno, non è soltanto questione di tecnologia.

Nel gennaio del 2007 un missile balistico cinese colpì e disintegrò un vecchio satellite meteorologico di Pechino, dimostrando che la «grande marcia» cosmica non dimentica le baionette. Non a caso, dopo quel primo campanello d’allarme, il parlamento di Tokyo ha cancellato la legge che proibiva di utilizzare il programma militare per fini strategici e militari.