Sfiduciarlo? Impossibile, ma si può sciogliere solo la Camera

Da tempo Gianfranco Fini recita il mea culpa. La verità è che si è pentito di aver sciolto An nel Popolo della libertà, che pure è il maggior partito italiano e uno tra i più forti d’Europa. Dopo la svolta del predellino fatta da Silvio Berlusconi, rivelatasi vincente, Fini non la prese bene. Se ne uscì con parole improvvide: «Siamo alle comiche finali». Salvo ripensarci e dire di sì. Anche perché dal 15,6 per cento nel 1996, secondo i sondaggi nel 2006 An era scesa all’8. E contarsi, per chi le busca, non fa bene. Che si sia pentito, del resto, lo ha confessato giorni fa al presidente del Consiglio. Che non si è negato il piacere di rivelarlo alla direzione del Pdl.
Ma Fini, a quanto pare, si è anche pentito di aver voluto per sé la presidenza della Camera. Un errore imperdonabile, come ha affermato a Porta a porta Ignazio La Russa. Fini optò per la presidenza della Camera, che dai tempi della Pivetti non porta bene, per due motivi. Primo perché, come vicepresidente del Consiglio, aveva già fatto da spalla al Cavaliere. E non intendeva più acconciarsi al ruolo di numero due. Secondo, perché riteneva che il seggio più alto di Montecitorio fosse una buona pedana di lancio per incarichi istituzionali ancor più prestigiosi.
Dopo tutto, le statistiche gli davano ragione. In effetti, non sono stati pochi i presidenti delle assemblee parlamentari che si sono ritrovati al Quirinale. L’elenco è arcinoto: Giovanni Gronchi, Giuseppe Saragat, che era stato presidente dell’Assemblea costituente, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano. Se a loro sì, perché a lui no?
Come sostengono i coniugi Friedman, però, nessun pasto è gratis. Da che mondo è mondo, non si possono recitare due parti in commedia. O si fa il presidente di un’assemblea parlamentare o si fa politica a tutto campo.
L’una cosa esclude l’altra: parola di Amintore Fanfani. Il mezzo toscano ogni tanto aveva nostalgia della politica attiva. Così lasciava la presidenza del Senato e - rieccolo, come lo salutava Indro Montanelli - risaliva le scale di Palazzo Chigi, sede della presidenza del Consiglio. Come tutte le persone di carattere, aveva un brutto carattere. Perciò finiva per scontrarsi con i suoi «amici» della Democrazia cristiana. Allora piantava baracca e burattini per indossare di nuovo i panni del numero uno di Palazzo Madama. Da funzionari e commessi accolto al grido: «È tornato il Presidente!».
E allora Fini si decida a decidersi, benedett’uomo. O continua a fare il presidente della Camera dei deputati, come ha fortissimamente voluto allo scopo di ritagliarsi un ruolo super partes. Tant’è che non ha la tessera del partito e si è defilato durante tutta la campagna elettorale per le Regionali. O fa politica da mane a sera. Se avesse la bella pretesa di fare le due cose assieme, non sarebbe minimamente credibile né come arbitro di Montecitorio né come uomo di parte.
Perciò, quando afferma che in tal caso Fini dovrebbe trarre le conseguenze e rassegnare le dimissioni da numero uno di Montecitorio, Berlusconi non formula una minaccia ma dice solo una cosa di comune buon senso.
E se Fini volesse rimanere attaccato alla poltrona? Il nostro ordinamento, è vero, non prevede una mozione di sfiducia ai presidenti dei due rami del Parlamento. Per scaramanzia, o per carità di patria.
Ma là dove c’è potere, c’è responsabilità. Possibile che facciano fagotto il presidente della Repubblica, se condannato dalla Corte costituzionale, e il governo, se sfiduciato da una Camera, e non possano togliere il disturbo i presidenti delle Camere? Alle brutte, non resterebbe che tornare a votare: magari per la sola Camera dei deputati. Non sarebbe uno scandalo appellarsi al popolo sovrano. Parola di Schifani e Bossi.
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