Sfrecciando verso il futuro seduti in una carrozza L’eterna rivincita del treno

Il segreto è in una parola: carrozza. La carrozza fu l’anello di congiunzione fra campagna e città, povero e ricco, vicino e lontano. Soprattutto, fra antico e moderno. La carrozza fu la navicella che solcava gli spazi terrestri, una Apollo 11 a trazione animale. In tempi remoti, lasciava nel fango, nella neve, nella polvere, le tracce inconfondibili del suo passaggio. E quando le sue ruote vennero incastrate nei binari, cominciando a stridere, sibilare, sferragliare; quando i cavalli di nome sostituirono quelli di fatto; quando a cassetta non c’era più un omino imbacuccato, ma un grosso tubo di ferro che eruttava fumo, non si trattò di una mutazione genetica: era semplicemente l’ingresso nell’età adulta del mondo dei trasporti.
Quando la carrozza divenne il «modulo» del treno, replicabile in potenza all’infinito, si capì che il progresso, in fondo, non era una brutta cosa, che la rivoluzione industriale era stata più industriale che rivoluzione. Un cambio in corsa, un’evoluzione all’interno dello stesso genere, una magia molto pratica e per nulla ingannevole.
Il bello è che oggi, nonostante tutto, siamo ancora lì, obbediamo agli stessi rituali di allora. Certo, il biglietto possiamo acquistarlo su Internet e va timbrato alle apposite macchinette. Certo, il controllore non è più quella figura a mezza strada fra il padrone di casa e il maggiordomo, ma un signore o una signora dai modi freddi e impersonali. Certo, nelle stazioni sono voci computerizzate, robotizzate, a informarci su arrivi e partenze. Certo, si è smarrita la corrispondenza fra la divisione in «classi» e la classe (nel senso di stile ed educazione) dei viaggiatori. Ma ogni volta ha ancora il fascino della prima volta, la nostra storia d’amore con il treno va avanti.
Perché il treno nessuno lo può superare. Il treno, diversamente dalla motocicletta, dall’automobile, dall’aereo, dalla nave, forma un corpo (e un’anima) solo con la strada, con il percorso. La strada ferrata è il treno, la strada ferrata è il suo destino immutabile. Il treno obbedisce, mansueto come un cane fedele, conformandosi alla sua ottocentesca visione positivista del mondo, dove la linea più breve fra due punti non è l’iperbole o il ghirigoro del vagabondo, ma la retta (montagne, laghi e mari permettendo).
I ritardi, gli scioperi, gli incidenti, i prezzi salati, la sporcizia, i wc con il cartello «Guasto» non scalfiscono una filosofia di vita nella quale è bello sedersi ad aspettare (magari non tutti i giorni, come sono obbligati a fare i poveri pendolari, inscatolati quali sardine). Da qualche mese, se ne stanno accorgendo anche i «volanti», quelli che s’imbarcherebbero sull’aereo anche per andare dal barbiere. Tornati malvolentieri con i piedi per terra a causa delle ali tarpate di Alitalia, li riconosci da certi piccoli particolari. Sono più maldestri nel sistemare i bagagli. Abituati all’immobilità nelle poltroncine, non gli par vero di poter andare su e giù per i corridoi, come bambini irrequieti. Se scendono a fumare una sigaretta, non tolgono il piede dal predellino, nel timore che l’intercity decolli all’improvviso. E quando si parte, nell’impercettibile sospensione di spazio e tempo che segna il distacco, nella rassicurante consapevolezza di una nostalgia che svanirà fra poche centinaia di metri lasciando campo libero ai pensieri, alla lettura, alla chiacchiera, al sonno, anche loro, buoni ultimi, entrano a far parte della grande famiglia. Il moto immobile della carrozza ci riporta ai tempi belli del fango, della neve, della polvere, ai tempi in cui viaggiare non voleva dire lasciarsi alle spalle qualcosa, ma portare tutto con sé. Almeno fino alla prossima stazione, o fino alla prossima partenza.