Sharon vuole la Repubblica presidenziale

Nel programma del nuovo partito del 77enne premier in primo piano una pace sicura e frontiere definitive

Gian Micalessin

“Avanti” verso due Stati per due popoli. “Avanti” verso le definitive frontiere d’Israele. Il programma di Kadima, il cui nome ebraico significa proprio “Avanti”, si riassume in questi due slogan. Due slogan non ufficiali, ma abbozzati nella prima stesura del programma distribuita agli esponenti della nuova formazione politica guidata dal premier Ariel Sharon. Così mentre si accendono le candele delle feste di Channukà e il “grande capo” fa i conti con la ferrea dieta che gli vieta scorpacciate di dolcetti fritti i suoi incominciano a digerire le nuove linee di condotta. Sharon ci fa i conti sin da dopo l’11 settembre, quando la Casa Bianca adottò la visione dei due Stati. Per molti fuorusciti dal Likud, restii anche a discutere l’idea di uno Stato palestinese, quelle linee programmatiche rappresentano però un tabù. E così il leader del Likud Bibì Netanyahu non perde l’occasione per dipingere il nemico transfuga come il nuovo paladino dello Stato palestinese.
In verità il progetto divulgato ieri dal quotidiano Ma’ariv è più complesso e articolato. Arik vuole innanzitutto fissare un confine definitivo per Israele. Le nuove frontiere nella sua visione comprendono non solo i territori del 1967, ma anche i tre principali blocchi di colonie costruiti in Cisgiordania. Kadima, vincendo le elezioni, punterà dunque all’annessione degli insediamenti di Ariel a ridosso di Nablus, di Maaleh Adumim attorno a Gerusalemme e di Gush Etzion a ridosso di Betlemme. Colonie dove - nonostante il “congelamento” imposto dalla road map - è stata annunciata ieri la costruzione di 228 nuovi appartamenti.
La grande incognita della bozza è il termine di fine 2006 per il raggiungimento della nuova definizione territoriale. Per arrivarci il programma ribadisce la totale adesione a quella “road map” messa a punto da Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite. L’attuale blocco dei negoziati rende però irreale la scadenza. L’unico modo per rispettarla sarebbe un ritiro unilaterale dalle altre colonie e l’eventuale trasferimento dei loro abitanti nei tre blocchi destinati all’annessione. “Ritiro” e “unilaterale” sono, però, parole tabù sia per i palestinesi sia per la destra israeliana. Alla parola ritiro qualsiasi elettore di destra rivive il grande trauma dell’addio a Gaza. Ma la bozza non spiega come concentrare gli attuali 200mila e passa coloni in tre blocchi senza chiudere la miriade di isolati insediamenti sparsi in tutta la Cisgiordania. La parola “unilaterale” evoca, invece, nei palestinesi il sospetto di una definizione territoriale “non negoziata” raggiunta ignorando i confini del ’67, il cosiddetto “diritto al ritorno dei profughi” e qualsiasi accordo sullo status di Gerusalemme e dei luoghi santi. Il programma di Kadima avvalora in definitiva quei sospetti. La bozza in circolazione esclude, infatti, qualsiasi ritorno dei profughi palestinesi in territorio ebraico e ribadisce la volontà di mantenere unita l’“eterna capitale del popolo ebraico”.
La bozza divulgata da Ma’ariv conferma anche i progetti di “rivoluzione” del sistema politico israeliano attribuiti al 77enne premier. Se vincerà le elezioni Sharon manovrerà per la creazione di un sistema di tipo presidenziale e trasformerà il sistema elettorale vincolando i deputati al voto di circoscrizioni su base regionale.
Sul fronte di Gaza il nuovo lancio per mano della Jihad islamica di due missili Qassam esplosi ieri in territorio israeliano mantiene alta la tensione. L’artiglieria israeliana ha risposto colpendo le zone di lancio, ma la vera rappresaglia deve forse ancora arrivare: domenica il primo ministro ha concesso ai vertici militari assoluta libertà. Intanto però un portavoce delle Brigate Martiri di Al Aqsa ha annunciato la sperimentazione di un nuovo tipo di Qassam con un raggio di ben 25 chilometri contro gli 8 o 9 delle versioni attuali. Dopo Ashkelon, molte altre città israeliane potrebbero trovarsi a tiro dei missili palestinesi.