Shopping da Hamas

Fra due settimane Israele festeggerà il nuovo anno, il 5768° del calendario ebraico. Il che di per sé non sarebbe qualcosa di speciale, se non per il fatto che l’anno nuovo sarà un «anno sabbatico», o della «remissione», che in ebraico si chiama Shemita. I precetti - sociali, economici, agricoli - che lo regolano sono antichi ed elencati nel Vecchio Testamento (Esodo 23 Romano, 10-12, Deuteronomio 15 Romano). Essi dicono: «Per sei anni seminerai la tua terra, ma nel settimo la lascerai a riposo onde i poveri del tuo popolo possano nutrirsi e il resto lo mangeranno le bestie dei campi. Così farai con la tua vigna e col tuo oliveto». Di conseguenza nessun raccolto, nessuna semina o piantagione, mentre alla fine del settimo anno «ci sarà remissione dei debiti», inclusi quelli umani, cioè la liberazione degli schiavi. In seguito vennero sottratti al principio della remissione dei debiti i prestiti commerciali personalizzati essendo considerati come doni.
Sia per gli agricoltori ebrei nella terra d’Israele quanto per gli ebrei osservanti che ci vivono, l’obbligo del riposo della terra e della remissione dei debiti non commerciali rimane in vigore. Le conseguenze economiche quindi sono notevoli, e quelle politiche curiose.
In termini economici il riposo sabbatico della terra mette infatti ogni sette anni in moto un giro di affari di milioni di euro. Oltre un terzo almeno della popolazione israeliana, che oggi ammonta a circa due milioni di anime, non comprerà frutta, verdura o cereali prodotti da terra di proprietà ebraica. Ad essi si dovrà aggiungere la rete dei ristoranti e degli alberghi che devono adeguarsi al precetto religioso se vogliono ricevere il certificato di Kasherut, di approvazione cioè, da parte delle autorità rabbiniche e conservare la loro clientela ebraica, viaggiatori della compagnia aerea nazionale inclusi. Il problema esiste anche nei confronti dei produttori agricoli israeliani, i cui raccolti non possono essere smerciati sul mercato locale.
In passato il problema era stato aggirato con la vendita simbolica dei terreni di proprietà ebraica a non ebrei, in generale arabi-israeliani o drusi. Quest’anno, però, una lite fra il gran rabbinato - che accetta questa soluzione - e gli ebrei più ortodossi - che la rifiutano, chiedendo anche ai proprietari di terra non ebrei di firmare una dichiarazione simbolica di vendita - ha causato non pochi problemi. Ha fatto arrabbiare gli arabi-israeliani che considerano questa richiesta cavillosa, non meno dei commercianti di prodotti agricoli ebrei che vedono in questa lite un pretesto per far lievitare i prezzi.
Un altro aspetto politico e curioso dell’anno sabbatico sono i contatti che esso impone agli israeliani con gli arabi di Gaza. In questa zona evacuata da Israele, dove per trent’anni i coloni avevano sviluppato una delle più avanzate agricolture di primizie della regione, infatti, si trovano grandi produttori arabi di verdura. Per gli abitanti di Gaza l’anno sabbatico è dunque fonte di notevoli incrementi di guadagno che il governo Hamas non intende perdere. Ma con Hamas Israele non parla. Cosicché fra il lancio di un missile e una sparatoria lungo la frontiera, contatti per risolvere questi nuovi problemi dettati dalla tradizione religiosa e per appagare reciproci interessi fioriscono segretamente. L’idea è di raggiungere accordi tra i grossisti di prodotti agricoli israeliani con singoli agricoltori arabi a Gaza. Si tratterà forse di qualcosa di simile ai match di ping pong fra americani e cinesi, che aprirono la strada del dialogo fra Washington e Pechino? Forse, nel cui caso insalata, cavoli e frutti esotici potrebbero aprire la porta a contatti di ben altro genere fra Israele e il governo palestinese di Hamas a Gaza. Per il momento di rapporti ufficiali con i palestinesi ve ne sono solo con l’Autorità palestinese di Cisgiordania, controllata dal presidente Abu Mazen. Il quale ha riportato avant’ieri un successo, quando la sua polizia ha salvato da un quasi linciaggio un maggiore dell’esercito israeliano che per sbaglio si era avventurato nella zona di Jenin. La risposta di Israele potrebbe ora essere la sostituzione di molti blocchi stradali fissi, che impongono spesso ingiustificate attese al passaggio dei palestinesi, con delle «volanti» di polizia.
R.A. Segre