Si aspettava il veleno o un missile, non la forca

Ossessionato dai complotti, viveva spostandosi tra i suoi mille palazzi

A Nicolae Ceausescu, il tiranno rumeno uscito di scena 17 anni fa, in un’altra algida mattina d’inverno, andò tutto sommato meglio. Un rapido processo sommario, senza avvocati, giornalisti e telecamere, e una manciata di pallottole. Finis. Con Saddam Hussein, il destino è stato più crudele. Anche se lui, nella sua vita, aveva fatto di tutto per anticipare anche il più sordido scherzo del destino, sorpassandolo in crudeltà ed efferatezza.
L’uomo che per decenni ha tenuto l’Irak in una morsa di ferro, aveva messo in conto l’avvelenamento, il pugnale di un traditore, il missile americano. Forse anche il bacio mortale di un’amante (e difatti, raccontano, le voleva senza rossetto). Ma la gogna mediatica universale, schiaffato come un delinquente comune su un banco degli imputati e infine appeso a una corda: a questo non avrebbe creduto neppure se glielo avessero fatto vedere in una palla di vetro. Gli toccò perfino di peggio, quel giorno di tre anni fa, dalle parti di Tikrit, quando i reparti speciali della Quarta divisione dei marines lo scovarono nascosto in una buca che puzzava di sterco di capra. Il volto spaurito, e poi le immagini in cui appariva al limite di uno stato confusionale, con un ufficiale medico che gli ispezionava la foresta di peli sul viso alla ricerca di pidocchi, e ne scrutava la dentatura.
Saddam Hussein, in realtà, era morto quel giorno di dicembre di tre anni fa. Gli anni di carcere, il processo, l’umiliazione di dover rendere conto - lui che si sentiva un padreterno - del suo operato, sono serviti solo ad alimentare una feroce guerriglia e una guerra civile anche più feroce. E a ripagare, in un mondo che concepisce solo i rapporti di forza e non ha pietà per gli sconfitti, la sete di vendetta della moltitudine che per mano del raìs, direttamente o indirettamente, aveva perso un figlio, un marito, dei congiunti.
L’America di Bush, ferita dagli attentati dell’11 settembre, gli mosse guerra accusandolo di due questioni elaborate a freddo, a tavolino. La prima era quella di essere il grande protettore, se non proprio il grande vecchio, che muoveva le fila di Al Qaida. La seconda aveva a che fare con quelle armi di distruzione di massa di cui non si trovò mai la minima traccia.
L’errore strategico di Saddam fu quello di credere che gli americani non avrebbero mai rischiato un altro Vietnam per togliersi lo sfizio di agguantarlo. E quando si accorse che il calcolo era sbagliato era troppo tardi.
Di lui il mondo serberà tre immagini che racchiudono e simboleggiano il suo cursus honorum. La prima è quella del presidente bonario che accarezza il capo di un bambino inglese trattenuto in ostaggio al tempo della prima guerra del Golfo. La seconda è quella dell’uomo sconfitto, del vegliardo spaurito estratto dalla fossa di Tikrit dopo che il suo regime, insieme con la statua che ne simboleggiava l’invincibilità erano caduti nella polvere, a Bagdad. La terza è quella del tiranno che non si arrende, e che nell’aula del Tribunale che lo ha condannato a morte ritrova la verve degli anni migliori, e tratta i suoi giudici come dei servi, dei traditori. Un uomo schizofrenicamente incapace di vedere che tutto si era decomposto attorno a lui. Morti in battaglia con gli americani i due figli Uday e Qusay, i resti della famiglia sparpagliati, il Paese allo sbando, il caos e la guerra civile.
C’è un episodio antico, nella sua biografia di uomo che tutto sommato si era fatto da sé, scalando i vertici del partito Baath, che restituisce per intero la dimensione dell’assassino che lo abitava. Accadde durante la guerra con l’Iran, durata otto anni, quando gli americani lo vezzeggiavano e gli passavano quelle armi di distruzione di massa che gli consentirono di non soccombere davanti al rullo compressore dei pasdaran di Khomeini. A un vertice con i suoi ministri e i suoi generali accadde dunque che uno dei mammasantissima del baffuto sinedrio che lo attorniava ebbe l’infelice idea di proporre al tiranno un accomodamento col nemico per porre fine al conflitto. Saddam lo ascoltò fino in fondo simulando interesse. Poi invitò il malcapitato a seguirlo in una stanza accanto. Qualche secondo dopo si udì uno sparo. Quando la porta si riaprì, il raìs era solo. Alle sue spalle, riverso in una pozza di sangue, c’era il cadavere del malcapitato ministro. Morti di pallottola finirono anche i suoi due generi, il generale Hussein Kamel e il fratello di questi, Saddam Kamel, accusati di «revisionismo».
Aveva una famiglia che era insieme clan, tribù, setta, partito unico. Una carovana legata da vincoli di sangue all’interno della quale si tramava, si tradiva, ci si sposava, si uccideva. Una famiglia divisa da odi profondi, da rancori antichi che attraversavano orizzontalmente i tre rami in cui era divisa: quello degli Al Majid, che discendono dal padre di Saddam; quello dei Khairallah, al quale apparteneva la madre di Saddam; e gli Ibrahim, dal nome dell’uomo col quale la madre di Saddam, rimasta vedova, era convolata a nuove nozze. Ossessionato dai complotti, Saddam viveva spostandosi fra i suoi mille palazzi e i suoi bunker circondato da un doppio anello di fedelissimi. La sua parabola - è stato presidente dell’Irak dal 16 luglio 1979 fino al 9 aprile del 2003 - cominciò a declinare dopo l’invasione del Kuwait, che il raìs contava di inghiottire in un boccone con l’avallo degli americani. Un abbaglio che gli costò la prima mazzata, nel ’91. Ma già allora aveva perso ogni contatto con la realtà. Era convinto che gli arabi fossero un popolo superiore, che gli americani fossero ancora vittime della sindrome del Vietnam e non sopportassero la vista del sangue dei loro soldati, e che alla fine il popolo iracheno si sarebbe sacrificato per la causa nazionale.