Si sono fermati a Joan Baez

Chi partecipa dei beni morali e materiali dell’Occidente, certo ne ricava innumerevoli vantaggi, ma deve pur pagare qualche prezzo. Se il capo del governo italiano e George Bush usano soprattutto gli aggettivi «amichevole, condiviso, interessante» descrivendo il loro incontro, la piazza che chiama «criminale di guerra» il presidente americano non è contenta. E poiché è la stessa piazza che appartiene ad alcuni dei partiti della maggioranza, essa diserta quei partiti, e loro, domani reagiranno tentando di riconquistarla: i guai che si prospettano per il governo sono evidenti. Perché se addirittura quella piazza è vuota perché i militanti dei partiti di estrema sinistra al governo si sentono rappresentati solo se vanno a marciare con Casarini, allora vuol dire che qualcosa è andato del tutto fuori controllo. Difficile beccarsi un abbraccio da Bush e contentare tutti quando il messaggio fondamentale del governo sulle cose israeliane, come su quelle irachene, come su quelle afghane è sempre stato sostanzialmente contro la politica americana.
Ieri Piazza del Popolo era vuota e, mi si permetta, patetica. La denuncia dei guai di Cuba come causati dagli Stati Uniti, la causa palestinese rappresentata con la faccia di Arafat, la protesta contro Israele come «Stato di apartheid», i discorsi in piazza di una rappresentante di quell’Altra America alla Joan Baez che andava bene quando Giordano e Diliberto erano piccoli, erano simili alle lamentazioni capricciose di un bambino piccolo che grida contro una mamma cattiva che l’ha picchiato, gli ha tolto la libertà, lo ha torturato. Là per là, passeggiando fra la poca gente intervenuta, si sentiva definire dai leader imbarazzati la fallita manifestazione: «soltanto un presidio» o «una scelta simbolica». Ma era visibile in trasparenza il disappunto, e quindi l’inconciliabilità del vestito blu di Prodi e di D’Alema col popolo in blue jeans della maggioranza, che ha snobbato i suoi propri leader rifiutando la loro foglia di fico, ovvero l’invito in piazza del Popolo. Essa ieri non è riuscita a coprire una piazza romana, tantomeno ha potuto colmare il vuoto, il buio culturale davvero eccessivo e imbarazzante e soprattutto funzionale a una visione del mondo irrealistica e dannosa: quella che scrive sui cartelli (nel corteo) «Bush uguale Hitler», o suggerisce (nella piazza e ovunque) il nesso Bush-guerra come se si trattasse di una malattia mentale del presidente americano, o anche il frutto di una incontrollabile volontà di dominazione. Come se l’11 Settembre non ci fosse mai stato, come se Al Qaida, Hezbollah, Hamas, il ruolo dell’Iran e della Siria nell’alimentazione del terrorismo internazionale e nel promuovere la jihad mondiale non esistessero, non fossero mai esistiti. Il vuoto di Piazza del Popolo sotto il sole, sull’acciottolato e sotto l’obelisco, mentre pochi presenti che battevano il piede al ritmo dei «Folk a Bestia», segnalava che non esiste una politica estera decente capace di metterci in salvo di fronte alla minaccia del terrorismo e degli Shihab di Ahmadinejad, seguitando al contempo a dare lo spazio che è stato dato all’antiamericanismo in questi mesi di governo.
Esiste una sfilza di scemenze puntate proprio sulla figura di Bush che sono un autentico asset, un patrimonio utile a chi poi stabilisce politiche irrazionali: dalla ripetizione dell’idea che il Presidente sia stupido, o primitivo, od ottuso, o fondamentalista, o schiavista, alla deprecazione della guerra come fosse una sua scelta perversa, a una pretesa di suo comportamento paranoide circa il pericolo terrorista, a una tendenza dittatoriale che porta all’unilateralismo, fino alle teorie della cospirazione che sono state ripetute ad nauseam. A una a una tutte le accuse fatte a Bush producono conseguenze irrazionali ma concrete sul piano politico. Per esempio, l’idea dell’unilateralismo rianima una esangue concezione dell’Onu come madre dei diritti umani e di sensate scelte in politica internazionale, mentre la sua pochezza e la sua partigianeria sono ormai comprovate. L’idea che Bush sia il padre di tutte le guerre, e non il terrorismo, nutre la concezione errata che una guerra non possa mai essere giusta e che una guerra di difesa, come quella di Israele per esempio, sia comunque sbagliata. La sottovalutazione del terrorismo, poi, conduce al nostro disimpegno, giustificabile solo se ci si racconta la balla che l’Irak e l’Afghanistan siano contro la presenza occidentale oggi e che per i popoli iracheno o afghano la democrazia sia inattingibile.
Ma soprattutto, un abbraccio a Bush contraddice la verità della sua figura umana, quella di un presidente forte e molto convinto delle sue idee, un combattente della libertà che solo tre giorni or sono abbiamo visto ascoltare, a uno a uno, i dissidenti di 25 Paesi autoritari, dall’Arabia Saudita alla Bielorussia. Non è un caso che alla Cnn il portavoce di Putin abbia chiesto, a seguito delle polemiche sullo scudo spaziale, che non si parli più di quell’emendamento firmato da Jackson Vanick che negli anni 80, promosso da Reagan, fu il motore che accese la corsa delle rivoluzioni anticomuniste. Questo emendamento collegava il commercio americano con la libertà di movimento nei Paesi socialisti. Bush è un tipo capace di mettere in moto questo meccanismo anche oggi, subito; uno che marcerebbe per la libertà del popolo, che so, siriano, se fosse un semplice cittadino, e che abbraccia i dissidenti sudanesi e iraniani in pubblico. Da noi, dire che Bush è scemo quindi, è necessario a una politica che non mette mai in discussione i dittatori iraniano, siriano, cubano, burmese. Bush, lo fa. E le piazze che ieri ho visto a Roma non lo fanno, non l’hanno mai fatto e, soprattutto, non lo sanno.
Fiamma Nirenstein
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