Sicilia, la sconfitta dei giustizialisti

La vittoria di Cuffaro nell’isola è un segnale di crisi del collateralismo giudiziario

Turi Lombardo l’aveva promesso: «Se i giustizialisti non saranno eletti, salirò a piedi sul monte Pellegrino a ringraziare Santa Rosalia, la patrona di Palermo». Aveva promesso di fare l’«acchianata», la salita, e l’ha fatta. Turi Lombardo, noto esponente del vecchio partito socialista, già deputato e assessore regionale, era stato arrestato nel 1993 con l’accusa di associazione a delinquere, è stato processato per 10 anni, infine è stato assolto perché «il fatto non sussiste» ed è stato risarcito dallo Stato per l’ingiusta detenzione. Ma ciò non è bastato per permettergli di candidarsi alle ultime elezioni regionali per il veto oppostogli dagli esponenti della lista «Uniti per la Sicilia», che raggruppava Rifondazione comunista, i Verdi, il Pdci, Primavera siciliana, l’Italia dei Valori e la Rosa nel Pugno (il partito in cui ora milita Lombardo), e che a stento ha superato lo sbarramento del 5 per cento, perdendo quasi tre punti e due deputati su 6 rispetto alle precedenti regionali.
Sempre meglio della lista «Rita», punto di riferimento dei seguaci di Leoluca Orlando, il vero campione del giustizialismo (che alle politiche si era candidato con la lista di Antonio Di Pietro), e che non ha raggiunto il quorum per una manciata di voti e non ha preso nessun seggio. E comunque non ce l’ha fatta nemmeno il segretario regionale di Rifondazione Rosario Rappa, e che era stato il più intransigente nell’opporsi alla candidatura di Turi Lombardo, ed era stato per questa ragione criticato dal radicale Daniele Capezzone: «Appare grave il comportamento di chi ha posto nei confronti di Lombardo veti ingiusti, illiberali e antigarantisti».
Non sarà che in Sicilia il giustizialismo non tira più e non paga elettoralmente? Certo è che non solo Totò Cuffaro è stato rieletto governatore nonostante sia sotto processo per favoreggiamento alla mafia, ma che la stessa Rita Borsellino, sorella del giudice ammazzato dalla mafia e candidata dell’Unione, ha evitato di radicalizzare la battaglia elettorale sul tema di mafia e antimafia e ha preso esplicitamente le distanze da Leoluca Orlando, che pure l’aveva proposta per le primarie a costo di rompere con il suo partito, la Margherita, e di passare con Di Pietro. Per tutta la campagna elettorale Rita ha chiamato Totò «signor professore», e Totò l’ha ringraziata per la sua «pacatezza». Anche Anna Finocchiaro, siciliana e a lungo responsabile per la giustizia dei Ds, e ora presidente del gruppo dell’Unione al Senato, aveva riconosciuto che «alcuni magistrati hanno esercitato una funzione di supplenza, che la politica gli ha volentieri delegato» e aveva ammonito che «ciò non deve più accadere, nemmeno in Sicilia». E quando l’eurodeputato Claudio Fava, dopo la vittoria di Cuffaro, ha invocato una spallata giudiziaria («l’ultima parola spetterà ai magistrati», ha detto), l’ex presidente dei senatori Ds ed ora vicepresidente del Senato Gavino Angius lo ha duramente bacchettato: «le sue dichiarazioni sono sbagliate e gravi e non sono accettabili». Com’era scontato il dissenso di Emanuele Macaluso: «la battaglia politica non va fatta solo sui tribunali».
Sul fatto che un certo giustizialismo sia in crisi ci sono altri segnali, e non solo in Sicilia. Leoluca Orlando, una volta eletto deputato con l’Italia dei valori, ha cercato in tutti i modi di infilarsi nel nuovo governo, e Antonio Di Pietro ha tentato di convincere Prodi a non sopprimere il ministero per gli Italiani all’estero e a destinarlo a Orlando. Inutilmente i tre senatori dell’Italia dei valori erano arrivati a minacciare di non votare per l’elezione di Franco Marini a presidente del Senato. Alla fine, confermata la soppressione del ministero, si sarebbero accontentati del sottosegretariato, ma il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, consultati i parlamentari eletti all’estero, a Orlando ha preferito Franco Danieli della Margherita.
Ora Orlando punta sulla presidenza della commissione parlamentare antimafia, che dovrebbe essere ricostituita ad ottobre, ma per quel posto si è già prenotato Giuseppe Lumia dei Ds, che l’ha già presieduta nell’ultima fase della penultima legislatura. In ogni caso Orlando non demorde dalla sua vera e mai dismessa ambizione, quella di ricandidarsi l’anno prossimo a sindaco di Palermo. Ma la Margherita, il suo ex partito, è decisa a tagliargli la strada e, dopo aver fatto inutilmente il tentativo di convincere a candidarsi per il Palazzo delle Aquile la stessa Rita Borsellino, ha già espresso parere negativo sull’eventuale candidatura di Orlando: «Orlando ha già detto - ha dichiarato il coordinatore siciliano della Margherita - che parteciperà alle primarie. Non lo possiamo certo fermare, ma comunque non è il nostro candidato, ormai lui sta con Di Pietro».
Né può dirsi senza significato l’esclusione inattesa dal governo di Luciano Violante, già incaricato per la giustizia, presidente della commissione antimafia, presidente della Camera e presidente dei Deputati Ds, e che resta fuori proprio quando entra al ministero della Giustizia Clemente Mastella. Pare che Violante, a cui sarebbe stato promesso almeno il ministero per le Riforme istituzionali, abbia saputo della sua esclusione solo all’ultimo momento da una telefonata di Piero Fassino e che non sia stato difeso nemmeno da Massimo D’Alema. Che sia veramente finita l’era del collateralismo giudiziario?
Un altro segnale è quanto sta avvenendo per la nomina del nuovo procuratore di Palermo, dopo la promozione di Piero Grasso alla direzione della Superprocura antimafia. Il posto è scoperto ormai da sei mesi, al punto che lo stesso Grasso ha amaramente ironizzato: «tutti si preoccupano del successore di Provenzano al Vertice di Cosa Nostra e nessuno del mio successore». I candidati rimasti in lizza sono tre: il più anziano Renato Papa, procuratore di Catania, Giuseppe Pignatone, già aggiunto di Grasso a Palermo, e Guido Lo Forte, che fu il principale collaboratore di Giancarlo Caselli nella stagione dei processi politici. Nell’ultima votazione in commissione al Csm Papa e Pignatone hanno avuto due voti ciascuno, a Lo Forte un voto soltanto, quello dell’esponente di Magistratura democratica.