Dopo la sigaretta, al volante ci proibiranno anche la radio

Il processo di infantilizzazione dell’intera società avanza a grandi falcate, con la conseguenza che il Grande Padre che tutto vuole regolare, Sua Maestà lo Stato, non vede più limiti. L'ultima trovata riguarda l'accordo tra tutti i partiti sulla proposta contenuta in un emendamento della Lega Nord che punta a proibire il fumo in automobile, e non già per ragioni salutiste (come già succede in talune parti della California), ma al fine di garantire la sicurezza stradale. In qualche modo, la sigaretta viene equiparata al cellulare, il cui utilizzo in assenza di auricolare è già stato proibito da tempo. La cosa è irragionevole per più ragioni. Come ognuno può facilmente sperimentare, quando si guida distrae molto più una moglie (o un marito) di quanto non possa fare una sigaretta. Per non parlare dei derby seguiti alla radio o di quei programmi no-stop nei quali Massimo Bordin intervista Marco Pannella.
Va anche ricordato come l’inflazione normativa tenda a favorire comportamenti irresponsabili. C'è un detto che sintetizza tutto questo con efficacia: «l’operazione è riuscita, il paziente è morto». Il medico ha seguito le procedure nei dettagli e a questo punto poco importa il destino di chi era sotto i ferri. Invece che pretendere un comportamento responsabile da parte dei guidatori e di chi può mettere a rischio l'incolumità altrui, ci si perde nella produzione di regole che spingono verso il semplice rispetto formale delle stesse. L'efficacia dell’azione perde importanza: come quando in un ufficio ci si limita a controllare che tutti timbrino il cartellino e neppure ci si preoccupa se poi fanno qualcosa o scaldano la sedia.
Tutto lascia intendere che si abbia a che fare con un pretesto. Quello della sicurezza sulle strade non può essere il vero motivo per questo nuovo successo del proibizionismo, soprattutto perché poche cose sono più difficili da comprendere di quali siano i veri effetti di questa o quella scelta. L’economista Sam Peltzman è diventato noto per alcuni scritti in cui ha spiegato come la stessa cintura di sicurezza sia in grado di salvarci in occasione di alcuni incidenti, ma possa indurre a viaggiare a più alta velocità: favorendo, quindi, scontri terribili.
Fumare fa male, ma questo non giustifica la crociata moralistica contro il tabagismo che alcuni decenni fa ha mosso i primi passi in Nord America e ora è giunta anche in Europa. Poiché per la laicissima cultura del nostro tempo i peccati non esistono più e ogni «inclinazione» è legittima, i fumatori incarnano quel Male assoluto che comunque deve concretizzarsi in qualche modo. Sono un capro espiatorio simbolico: rappresentano un cattivo esempio da evitare e questo autorizza a tartassarli e privarli di diritti.
Sul piano dell'efficacia, per giunta, questa norma offre il fianco a molte critiche, specie se si considera che il legislatore dovrebbe valutare le conseguenze sulla guida del nervosismo da astinenza. Eppure ci sono fumatori che ricorrono alla sigaretta per sentirsi a proprio agio e superare momenti di tensione. Siamo sicuri che gli incidenti evitati eliminando la «distrazione» del tabacco saranno più di quelli causati dalla «irritazione» conseguente alla carenza di nicotina?
Infine va sempre tenuto presente che una norma diventa effettiva quando ha consenso: quando appare ragionevole a chi è chiamato a seguirla e chi ha il compito di farla rispettare. Una regola tanto assurda, invece, sembra più adatta a suscitare ilarità che a motivare viaggiatori e vigili urbani. È insomma probabile che tutti ci si dimentichi presto della sua esistenza e che resti, appunto, lettera morta. Nessuno se ne dispiacerà.