Il signor tenente ha cambiato sesso

Il tenente Mario Siclari ebbe definitivamente chiara la sua «impresentabilità come uomo» il 5 gennaio del 2000, a Milano, mentre nella chiesa di Sant’Andrea, dove da bambino aveva fatto la prima comunione e ricevuto la cresima, dava l’addio a suo padre, Bruno Siclari, il primo procuratore antimafia d’Italia, morto all’età di 74 anni. A rendere omaggio al magistrato che aveva indagato sulla loggia P2, sul crac del Banco Ambrosiano, sulla banda di Francis Turatello e che da procuratore generale della Corte d’appello di Palermo aveva visto morire nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio i colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, erano schierate le massime autorità giudiziarie, da Gian Carlo Caselli a Gerardo D’Ambrosio. «Alla fine delle esequie sfilarono tutti davanti al nostro banco. Ma nessuno, dico nessuno, osò porgermi le condoglianze. Stringevano la mano a mia mamma, a mio fratello, a mia sorella. Arrivati a me, tornavano sui loro passi. Come se non mi vedessero. Lì capii che non avevo diritto nemmeno al dolore di figlio».
Quel giorno - nessuno se ne accorse - si celebrarono in realtà due funerali: con Bruno Siclari veniva sepolto anche il figlio dai lineamenti ambigui che s’era rifiutato d’indossare la camicia bianca e la cravatta scura e che aveva cercato d’occultare la chioma ormai fluente raccogliendola in un codino. Moriva Mario, sposato dall’86 con Silvia, una famiglia a carico, un lavoro d’assicuratore e un grado nell’Esercito, e nasceva Mara, sposata dall’86 con la stessa moglie, stessa famiglia a carico, stesso lavoro d’assicuratore e stesso grado nell’Esercito.
È lei, Mara Siclari, che ho aspettato per tre ore fuori dall’ospedale militare di Padova. Ha capelli soffici e biondi, occhi indagatori, seno ben proporzionato. Il top nero non arriva a coprirle i fianchi stretti e lascia intravedere un ventre piatto dalla pelle ambrata. Esce dal tetro palazzo più divertita che indispettita. «Test psicometrici normali, nessuna anomalia. Però lo psichiatra dice che farà una diagnosi di Dig, disturbo identità di genere. Il transessualismo nei manuali medici militari non esiste. La psicologa sostiene che difendo le persone nella mia stessa condizione solo per mascherare una sofferenza interiore. Le ho risposto che l’unica sofferenza la provo quando mi telefona una trans di Vicenza costretta a vendersi un rene perché la Adecco si rifiuta d’offrirle un lavoro provvisorio persino come sguattera. Sarebbe già morta di fame se il parroco non le allungasse qualche soldo».
Mara Siclari, 43 anni, maturità classica e studi di giurisprudenza lasciati a metà, abita con la famiglia a Mogliano Veneto ed è responsabile regionale dell’ufficio Nuovi diritti della Cgil. Come tenente riservista avrebbe maturato il diritto all’avanzamento di grado a capitano. Ma l’Esercito l’ha dichiarata non idonea per «disforia di genere», preludio al congedo illimitato. «Sono malata? Allora lo Stato mi curi. Cominci col passarmi le terapie ormonali: 50 euro al mese. Per me gli ormoni sono come l’aria che respiro. Quando parto per un viaggio, penso prima a quelli e poi allo spazzolino. Posso vivere senza gradi, ma non senza ormoni».
Che battaglia è la sua?
«Di principio. Ho conosciuto una trans di Treviso, un sergente dell’Aeronautica che è stato congedato e s’è trovato sul lastrico, non la volevano neppure come cameriera in birreria. Due militari di carriera, un ufficiale laziale e un sottufficiale veneto, hanno cominciato la terapia ormonale: saranno cacciati dall’Esercito e privati di qualsiasi diritto».
Ma se lei si sentiva donna, perché è entrata nelle Forze armate?
«Scelsi la scuola allievi ufficiali di complemento per evitare il nonnismo in caserma durante la naia».
Arma?
«Fanteria d’arresto. Sciolta dopo la caduta del Muro di Berlino. Avevamo il compito di fermare l’Armata rossa in caso d’invasione. Vivevamo in cunicoli sotto terra».
Non si sentiva a disagio?
«Ero un ottimo ufficiale. Come vicecomandante di compagnia al Comiliter del Nord Est, avevo sotto di me 450 soldati. Venivo considerata fra i tenenti più severi. Inflissi una consegna di rigore a un militare di leva prossimo al congedo, gli allungai la ferma di 10 giorni. Pretendevo tanto, ma davo tanto».
Quando si sono accorti che lei non era quello che sembrava?
«Quando mi sono presentata all’ufficio matricola per la nomina a capitano, che mi spetta dopo i 15 mesi di servizio finiti nell’85 e i 40 giorni di richiamo nel ’91. Vedendosi di fronte una donna, l’ufficiale è rimasto interdetto. Le note caratteristiche stilate al momento del congedo mi qualificavano “eccellente con lode”. Per toglierlo dall’imbarazzo, mi sono sentita in dovere di fare una battuta: ce ne fossero di ufficiali così, eh, signor colonnello».
Chi è un transessuale?
«Una persona che si considera nata in un corpo sbagliato».
Quanti sono gli italiani nelle sue condizioni?
«Tre-quattromila, secondo le stime. In realtà molti di più».
Che differenza c’è fra un transessuale e un travestito?
«Il transessuale, o trans, vorrebbe poter funzionare come una donna, se è uomo, o come un uomo, se è donna. Il travestito è un feticista affetto da una parafilia che lo costringe a vestirsi da donna solo per raggiungere l’orgasmo. Poi c’è il transgender, che adotta comportamenti sessuali sia maschili che femminili».
E fra un trans e un gay?
«I gay si sentono maschi e amano i maschi. Io non ho mai avuto esperienze omosessuali, né credo che ne avrò in futuro. Continuo ad amare mia moglie, sono legatissima a lei, non ci siamo mai tradite».
Ma le sue pulsioni sessuali s’indirizzavano più ai maschi o alle femmine?
«Mi considero bisentimentale, potrei innamorarmi di chiunque. Non mi capita di voltarmi per strada se vedo un bel ragazzo. Mentre se vedo una bella ragazza vorrei voltarmi, ma non lo faccio perché voglio bene a Silvia».
Per l’opinione pubblica i trans sono gay.
«È uno dei nostri drammi. In realtà i gay non ci sopportano».
Perché?
«Pensano che gli rubiamo gli uomini, che ci vestiamo da femmine solo per cuccare di più. Non parliamo delle lesbiche dure, che ci considerano lo stereotipo della bambolina del sesso sognata dai maschi. Ci odiano anche le femministe. Quanto alle progressiste, la psicanalista Simona Argentieri, che pure è pro aborto, pro eutanasia, pro tutto, dice cose orribili sul nostro conto, ci definisce personalità patologiche».
Quando capì d’essere donna?
«Fin da piccola mi sentivo diversa dai miei compagni. Loro giocavano a pallone, io con le bambole. Già alle elementari avrei voluto essere una bambina».
A chi lo disse?
«A nessuno. L’unica con cui mi confidai, in vacanza a Marina di Grosseto, fu Antonella. Avevamo 11 anni e ci divertivamo a fingerci lei la direttrice del collegio e io la collegiale».
A scuola nessuno aveva notato nulla?
«Il maestro Dal Pozzo aveva intuito che qualcosa non andava. Riferì a mia madre che le mie movenze gli sembravano femminee».
I suoi non se ne rendevano conto?
«Non se ne sono mai voluti rendere conto. Nonostante a 15 anni m’avessero sorpreso vestita da donna».
Come accadde?
«Erano usciti per andare al cinema, ma avevano trovato la sala chiusa per cui erano subito rincasati. Io avevo indossato i vestiti di mamma e una parrucca. Mi videro così conciata, ma s’avviarono verso la loro camera senza dir nulla. Credo che abbiano rimosso quella scena all’istante. Anni dopo ho cercato di ricordargliela, ma entrambi negavano d’avermi mai visto travestito».
Quanti anni dopo?
«A mia madre parlai a cuore aperto nel ’99. Cadde in uno stato di profonda prostrazione. Non se la sentì di dirlo a mio padre. Dovetti farlo io. Fu drammatico, perché era un calabrese all’antica, un maschilista convinto».
Come reagì?
«La prese malissimo, soffrì molto. Concluse: “Mi rassegnerò all’idea che tu sia davvero così soltanto quando a certificarmelo sarà un esperto”. Pensava che fossi vittima di un esaurimento nervoso o che il transessualismo si potesse curare. Una psichiatra di Palermo gli confermò che non c’era nulla da fare. Qualche mese dopo morì d’infarto. Se oggi fosse vivo, credo che mi accetterebbe, come mi ha accettato la mamma, alla quale sono legatissima».
Nessuna possibilità di cura.
«No, purtroppo».
Purtroppo?
«Tolga purtroppo. Non sono convinta di quello che sto per dire, ma se ci fosse una terapia che mi fa tornare maschio, convinto e felice d’essere tale, l’accetterei. Lo farei per mia moglie, perché so d’averle tolto molto e procurato grande dolore. Per fortuna il suo amore va oltre la fisicità».
Ma perché, da maschio, la sposò?
«Soffocavo la mia identità per amore. È stata la mia prima fidanzata. Quando ci siamo conosciuti sui banchi di scuola, lei aveva 16 anni, io 15. Poi ci siamo lasciati e ho avuto un’altra storia importante. Alla fine ci siamo ritrovati e sposati».
In chiesa o in municipio?
«In chiesa».
Non crede d’aver ingannato sua moglie?
«Non pensavo di voler diventare una donna. Mi guardavo allo specchio, non mi piacevo, però mi rassegnavo a soffrire in silenzio. Ha idea di che cosa si provi a sentirsi prigionieri del corpo che la propria moglie ama? Silvia ha sempre saputo di questa mia insoddisfazione di fondo».
Quando le ha svelato le sue intenzioni circa il cambiamento di sesso?
«I momenti più tragici li abbiamo vissuti insieme. “Qualsiasi sbocco avrà questa sofferenza, rispetterò la tua scelta, ma non posso sapere quale sarà la mia reazione”, mi avvertì. Ogni tanto uscivo vestita da donna e andavo in un gruppo di autoaiuto a Desenzano del Garda. Poi tornavo a casa, mi toglievo gli abiti di Mara e tuttavia continuavo a sentirmi Mara. Abbiamo passato notti intere a piangere guardando il soffitto della camera».
Silvia non le ha mai posto un aut aut?
«Se in questo preciso istante io le puntassi un’arma e le chiedessi il portafoglio, lei sarebbe in grado di scegliere fra la vita e i soldi? No, mi consegnerebbe il portafoglio, senza pensarci. Io una pistola alla tempia l’ho sentita per davvero. Ho meditato il suicidio come unica via d’uscita. Perché la possibilità di scegliere non l’ho mai avuta. Ero così e basta. Silvia l’ha capito subito».
La transizione quanto durò?
«Un anno, lungo e terribile, nel corso del quale spariva la barba però continuavo a vestirmi da uomo».
La decisione di presentarsi al lavoro vestita da donna quando la prese?
«Il 26 aprile del 2000, compleanno della mia compagna».
Come mai adesso la chiama compagna?
«Mi correggo: di mia moglie. L’assicurazione per cui lavoro è un ambiente molto austero. Confidavo ingenuamente nel fatto che il ponte del 25 aprile avesse distratto i colleghi. Mi presentai in tailleur, scarpe con i tacchi e capelli sciolti. Per andare in mensa presi 30 gocce di Ansiolin, io che non ho mai usato tranquillanti in vita mia».
Che accadde?
«Il primo giorno niente. Il secondo giorno qualcuno aveva allertato gli uffici. Il terzo giorno Mirna, l’amica con cui ero abituata a pranzare, s’allontanò: “Non posso più stare al tuo tavolo. Tutti ci guardano”. Ma lo disse per scherzo. Non ho mai subìto né offese né discriminazioni».
A quali modificazioni ha sottoposto il suo corpo?
«Una mammoplastica per i seni. Una settoplastica per correggere il profilo del naso. Una terapia laser durata un anno per eradicare definitivamente la barba».
Dolorose?
«Dolorosissime, in particolare il laser, perché senti bruciare ogni singolo pelo alla radice e io avevo una barba fitta. Ma sarei pronta a rifarle domattina».
E poi la terapia ormonale.
«Quella continuerà per tutta la vita. Gli antiandrogeni e gli estrogeni riescono dove qualsiasi chirurgo estetico fallirebbe: addolciscono i tratti del viso e la linea degli occhi, riducono i depositi di adipe degli zigomi, assottigliano la pelle fino a trasformarla in un velluto. In una parola ti rendono la vita vivibile».
Resta il passo finale.
«Non posso. Motivi familiari. Si chiama intervento di riassegnazione chirurgica del sesso. Vengono asportati i genitali maschili e creato un organo femminile dotato di terminazioni nervose. L’istanza va presentata al tribunale. L’operazione è a carico del Servizio sanitario nazionale. Uno dei più bravi a eseguirla è il professor Carlo Trombetta di Trieste, ma ha una lista d’attesa di due anni. Una mia amica l’ha fatta privatamente qualche tempo fa: gli è costata 15.000 euro».
A quel punto il suo matrimonio sarebbe ancora valido?
«No, visto che la legge non contempla che una donna sposi un’altra donna».
Quand’era a tutti gli effetti un uomo, che cosa le mancava di più fra le cose che sono prerogativa delle donne?
«La maternità. Ma ho compensato la mancanza diventando padre».
I suoi amici in questo momento sono uomini o donne?
«Uomini e donne. Il mio amico più caro, Fabio di Milano, mi ha girato la spalle quando sono diventata Mara. Ha una moglie, un figlio, un’amante ed è considerato un buon padre di famiglia. Invece io, che non ho l’amante, passo per un degenerato».
Come spiega il fatto che gli uomini facciano la fila per accompagnarsi ai viados sudamericani e i giornali rigurgitino di annunci economici dei trans?
«Una mia amica che si prostituisce dice che sono malati. I clienti, intendo».
Lo penso anch’io.
«I viados, poveri disgraziati, non possono nemmeno prendere gli ormoni femminili perché i clienti pretendono che il loro pene sia funzionante».
Ma è la domanda a generare l’offerta o viceversa?
«Se le dico che le trans vengono rifiutate persino dalle cooperative di solidarietà che gestiscono le pulizie negli edifici comunali, lei ci crede? Eppure a Castelfranco Veneto è successo. Nella scala sociale noi veniamo dopo ex tossiche, ex detenute, ex terroriste ed extracomunitarie. Siamo le ultime sulla faccia della Terra. È ovvio che alcune di noi, quando s’accorgono d’essere richiestissime e strapagate sulle strade del vizio, ricorrano a questo espediente per vivere».
Che cosa pensa di Platinette?
«Trovo che Mauro Coruzzi sia intelligente, colto, ironico. Lo stimo tanto quanto detesto la grottesca parodia che fa di se stesso travestendosi da Platinette».
Si sente mai a disagio per qualcosa?
«Quando devo esibire i documenti, su cui c’è ancora scritto Mario Riccardo Siclari. Se provo a usare la carta di credito nei negozi, i commessi vanno in confusione: “Non può pagare con la Visa di suo marito, signora”. Allora mi tocca presentare la carta d’identità. A quel punto passano tutti dal lei al tu: “Scusami tanto”. Buffo no?».
Che cosa la ferisce di più nei commenti della gente?
«“Quello è un uomo”».
Come definirebbe la sua avventura?
«Sono convinta che nulla capiti per caso. È un dono che ho avuto, non una disgrazia. Per affetti familiari, ceto sociale e posizione economica mi ritengo una privilegiata. Ho la possibilità di fare molto per chi è meno fortunata di me».
È felice?
«Come ha detto stamattina lo psichiatra dell’ospedale militare, la felicità non è uno stato permanente».
(301. Continua)