Il silenzio sospetto degli imam di casa nostra

Di fronte all’esultanza dei musulmani americani, gli islamici d’Italia rispondono alla morte di Bin Laden con più cautela. Colpisce soprattutto che la grande moschea di Roma abbia tenuto nel cassetto le dichiarazioni del suo frontman spirituale, l’imam egiziano al Gobashi. «Visto il ruolo, non può entrare nel discorso politico», hanno spiegato i vertici del centro islamico di Monte Antenne, la più grande moschea d’Europa e l’unica riconosciuta dallo Stato italiano come «ente morale». Invece proprio per il ruolo che ricopre, di guida spirituale che nell’islam assume anche contorni politici, sarebbe importante sentire da Gobashi una parola sull’uccisione dello sceicco del terrore, se non una netta presa di distanza.
È lui che si rivolge ai fedeli, lui che parla dei fatti del mondo ogni venerdì di preghiera. Perché dunque confinare il suo pensiero illuminato tra i mosaici di un tempio ai Parioli capace di ospitare fino a mille persone? Si interrogano anche i servizi d’intelligence, a conoscenza di un fatto, che offre una possibile spiegazione: il silenzio dell’imam servirebbe a non interferire «politicamente» con le manovre in corso da circa quattro mesi in alcune moschee fai-da-te. I contatti tra musulmani estremisti e i nuovi gruppi salafiti attivi nel Paese sono infatti in aumento. E la rete consolare marocchina - che supervisiona la moschea - sta cercando di dar vita ad una federazione dell’islam di cui faccia parte anche Monte Antenne; già finanziata dal Marocco, che ha coperto il suo recente buco di bilancio.
In questo nuovo soggetto islamico potrebbe annidarsi anche l’ideologia più estremista al momento in circolazione: quella salafita del gruppo marocchino Al Adl Wal Ihsan, Giustizia e Misericordia. Perché il progetto riguarda tutti i marocchini d’Italia.
Uno strano silenzio, dunque, quello dell’imam Gobashi, che fa crescere i timori di molti musulmani che frequentano Monte Antenne e dei membri moderati della Consulta islamica del Viminale. Personaggio schivo, Gobashi fa parte di un sistema che lo vede impegnato sul delicato fronte della predicazione presso «l’ente morale» che potrebbe far parte della nascente Federazione. Il suo silenzio sembra un tentativo di accattivarsi le simpatie delle ali estreme. Organizzazioni fai-da-te che accettano anche le frange più estreme dell’islam. I servizi non escludono l’annidarsi di fondamentalisti in questo progetto, perché la diplomazia marocchina non verifica l’effettiva preparazione né la provenienza ideologica degli interlocutori.
Come denuncia Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis, una delle principali associazioni islamiche del Paese, «in Italia purtroppo non ci sono moschee che abbiano la capacità di declinare la loro spiritualità in modo dignitoso, per colpa di alcuni individui che vogliono strumentalizzare l’islam per finalità fondamentaliste». E nei colloqui promossi dai diplomatici marocchini in alcune moschee del Veneto, c’erano anche musulmani salafiti di stanza a Treviso, Bergamo, Verona e Bologna. Silenzio sulla fine di Bin Laden anche da quelle parti d’Italia.
I primi a parlare sono stati gli islamici di Viale Jenner in cerca di credibilità, dopo che Wikileaks ha raccontato che l’istituto milanese era stato usato per il reclutamento jihadista. Per Abdel Shari, presidente del centro, Bin Laden è «meglio morto che in prigione». Altri si sono aggiunti all’elenco, con il presidente dell’Ucoii, Izzedine Elzir, che spera «si apra una pagina nuova». Intanto bisogna capire quale strada sceglierà la grande moschea di Roma. Due giorni fa, dal Cairo, sono arrivate dichiarazioni ambigue su Bin Laden e sulla sua sepoltura in mare. Per Mahmoud Ashour dell’accademia delle ricerche islamiche di Al Azhar, è stato un «peccato» non rispettare la sharia per lo sceicco del terrore.
Silenzio dall’imam di Roma Gobashi, che al Cairo, ad Al Azhar, ha pure studiato. Mentre Pallavicini, imam e italiano riflessivo studioso, ha parlato solo oggi. E a ragione: «Dobbiamo tenere alta la guardia».