Silvio difende il diritto allo studio. E la sinistra lo processa in aula

Bersani & co. ribaltano il pensiero di Berlusconi sulla scelta delle
famiglie tra scuola pubblica e privata. Il premier: "Mi hanno travisato
per ideologia"

Roma - Le famiglie hanno diritto a scegliere liberamente l’educazione per i propri figli e dunque anche la scuola che dovranno frequentare. E il diritto allo studio deve essere uguale per tutti, anche per chi sceglie una scuola cattolica. Questo il principio chiaramente espresso da Silvio Berlusconi al congresso dei Cristiano Riformisti. Niente di nuovo. Si tratta di un vecchio cavallo di battaglia del centrodestra: il riconoscimento della piena parità scolastica, dal quale si può ovviamente dissentire. Ma Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, Rosy Bindi e tutto il centrosinistra non criticano nel merito ma invece preferiscono stravolgere le parole del premier parlando di uno «schiaffo», di un «attacco frontale alla scuola statale», rivelatore della volontà di distruggere la scuola pubblica. E così ancora una volta la scuola viene strumentalizzata politicamente, usata per attaccare a testa bassa senza confrontarsi davvero sul tema cruciale dell’educazione. L’originale controproposta del Pd lanciata dal capogruppo alla Camera, Dario Franceschini, è una manifestazione: tutti in piazza il 12 marzo.
Berlusconi spiega di essere stato «travisato», bolla le polemiche come pretestuose e ricorda come il suo governo abbia «avviato una profonda e storica riforma della scuola e dell’Università proprio per restituire valore alla scuola e dignità agli insegnanti che svolgono un ruolo fondamentale». Certo, il premier sottolinea «l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità ed al tempo stesso espropriano la famiglia della funzione naturale di partecipare all’educazione dei propri figli». Nessun attacco all’istituzione, conclude Berlusconi, ma semmai «ripudio dell’indottrinamento politico ed ideologico».
Al fianco del premier il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Il ministro contrattacca Bersani che, tra l’altro, chiede anche le sue dimissioni in seguito alle parole del premier. «La sinistra guarda alla scuola pubblica come ad un luogo di indottrinamento ideologico - dice il ministro - Bersani si rassegni: la scuola non è proprietà privata della sua parte politica». E poi ribadisce che il premier «si è speso in difesa di un principio sacrosanto: la libertà di scelta educativa delle famiglie». Chi legge le parole del premier come un attacco alla scuola pubblica lo fa perché ancora legato alla «erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria», prosegue il ministro. Contrapposizione che per il Pdl non esiste perché, conclude la Gelmini, «la scuola può essere sia statale sia paritaria perché è sempre un’istituzione pubblica al servizio dei cittadini».
Ma perché ogni volta che si affronta questo tema la sinistra salta alla giugulare di chi osa farlo quasi fosse un atto sacrilego? La spiegazione è semplice: la questione è un ferita aperta per il Pd e mai rimarginata che contrappone laici e cattolici all’interno della sinistra. E non solo.
Prima della Gelmini un altro ministro disse chiaramente che la contrapposizione tra statali e paritarie non aveva più senso. A fare il primo concreto passo verso la parità scolastica fu infatti un ministro dell’allora primo governo Prodi, Luigi Berlinguer. Fu l’inequivocabilmente comunista Berlinguer poi a dire che il diritto allo studio deve essere uguale per tutti e che dunque «i capaci e meritevoli senza mezzi devono essere sostenuti perché ne sia reso effettivo il diritto». E ancora che «la libertà di istituire scuole e l’equipollenza di trattamento degli alunni sono aspetti fondamentali dell’istituzione in uno stato democratico e laico». Anche Berlinguer riteneva che occorresse «superare una sterile contrapposizione ideologica oramai datata fra pubblico e privato e realizzare, con l’apporto di tutti, nuove esperienze di scuola».
Valentina Aprea (Pdl), presidente della Commissione Cultura di Montecitorio osserva che «il presidente Berlusconi ha messo il dito nella piaga di una scuola che al 97 per cento è tutta statale e mortifica la libertà di scelta delle famiglie».