Silvio evasore? Versa 2,2 milioni al giorno

Sarebbe stato bello se l’altra sera, ad Annozero Marco Travaglio, si fosse girato verso Diego Della Valle e gli avesse chiesto: caro mister Todt, ma lei ha le società all’estero? Sarebbe stato bello se Santoro avesse evocato le decine di milioni di euro evasi da Agnelli, l’Avvocato che la sinistra per anni ha indicato come modello di imprenditore illuminato e rispettoso delle istituzioni. Sarebbe stato bello se Santoro e Travaglio avessero chiesto a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, per quale ragione abbia trasferito la residenza nella Confederazione elvetica, diventando cittadino svizzero. Forse perché paga meno tasse? In fondo non ci stupiamo. Da che mondo e mondo, gli uomini bravi (o talvolta solo fortunati), cercano di infilarsi tra le maglie della legge per ridurre al minimo la contribuzione fiscale.
In Italia, però, solo un imprenditore viene costantemente scrutinato da circa vent’anni: Silvio Berlusconi. Ormai sappiamo tutto di lui: quante società, quante ville, quanti yacht possiede all’estero. Travaglio li ha elencati l’altra sera in tv, puntigliosamente, anche se non sempre a proposito. Diciamolo senza ipocrisia: la critica, anche feroce, in democrazia è lecita e quando qualcuno scende in politica sa che il rischio di finire nel tritacarne mediatico, e talvolta giudiziario, è alto.
I dati e i processi citati dal fondatore del Fatto Quotidiano li conosciamo a memoria. Rappresentano il mantra di una certa Italia di sinistra. È così ripetitivo che dal 1993 a oggi, ogni cittadino ha avuto modo di apprenderlo e di giudicarlo. Nel segreto dell’urna.
Ma c’è anche un’altra verità, che rimane sempre in ombra. Riguarda il Berlusconi contribuente e datore di lavoro, come ha ricordato, sempre ad Annozero, il direttore di questo giornale, Alessandro Sallusti. Qualche settimana fa, Marina Berlusconi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato che da quindici anni il gruppo Fininvest, da lei presieduto, paga 2,2 milioni di euro al giorno fra imposte e contributi.
Aggiungiamo qualche dato. Il totale, sempre su quindici anni e sempre tra imposte e contributi, è di 7,7 miliardi di euro. Dicasi 7,7. Miliardi. Ed esaminando la cartella fiscale del Cavaliere emergono altre cifre interessanti. Ad esempio, che dal 2000 al 2008 ha denunciato un reddito medio annuale di 14,5 milioni di euro, escludendo il 2006, quando i proventi furono di ben 139 milioni di euro. Un collega, Claudio Borghi, recentemente si è preso la briga di calcolare quante tasse Berlusconi paga ogni giorno: se i suoi conti non sono sbagliati, ogni volta che tramonta il sole il primo ministro consegna allo Stato italiano 34mila euro.
Il gruppo che ha fondato impiega ben 20mila dipendenti, i quali, naturalmente, versano la propria quota Irpef allo Stato, senza un centesimo di evasione. Considerando le 40mila persone dell’indotto Mediaset il totale sale a 60mila.
Sì, sessantamila famiglie che si mantengono grazie a una società che nel 2009 ha fatturato 5,4 miliardi di euro e che in quindici anni ha stanziato investimenti per 21 miliardi. Prevalentemente in Italia, non come certi grandi nomi di Confindustria, che a parole difendono il Made in Italy e lo stile italiano, ma poi delocalizzano in Estremo oriente.
Questi sono i fatti. Provati. Poi, ci sono i sospetti, le illazioni, le inchieste giudiziarie. Tutte le società estere riconducibili al Cav sono legalmente ineccepibili? Qualche magistrato e una certa stampa continuano a ritenere di no. E lo ripeteranno. All’infinito. Fino alla nausea.
Eppure sarebbe opportuno non perdere il senso delle proporzioni. E ricordare, un po’ più spesso, anche l’altra parte della storia, quella di una realtà imprenditoriale che da decenni crea ricchezza in Italia. Una storia che i giornalisti alla Travaglio non evocano mai. Anzi, che non considerano nemmeno.