Il simbolo Israele

Israele è un simbolo. Il simbolo dell’Occidente che deve oggi fronteggiare l’attacco del fondamentalismo e del terrorismo islamici che sono pronti a colpire i nostri valori più profondi. Gli occidentali devono guardare allo Stato di Israele non solo con il senso di riparazione per l’Olocausto, ma ancor più come un esempio di Stato democratico e liberale circondato da una regione che non conosce né democrazia, né libertà: uno Stato multietnico che è riuscito a non cadere nel confessionalismo malgrado la sua origine e la tradizione di gran parte dei suoi abitanti.
Per questo è stata importante, importantissima, la manifestazione all’ambasciata dell’Iran che ha mostrato il volto di un’Italia civile, consapevole del suo ruolo internazionale, largamente unita di fronte ai nuovi barbari. Quando hanno attaccato Washington e New York ci siamo sentiti tutti americani. Quando c’è stata la strage di Madrid, siamo stati vicinissimi agli spagnoli. E quando è stata colpita Londra, ci siamo riconosciuti come europei, quindi anche inglesi. Ed ora che Israele è nel mirino del fanatismo iraniano, non possiamo che sentirci israeliani, perché quel popolo in quello Stato è parte essenziale del nostro Occidente.
L’Italia è all’avanguardia nella difesa di Israele non solo con la manifestazione di ieri l’altro in continuità con l’Israele Day di due anni fa, ma anche con il suo governo e buona parte della sua classe politica. Va riconosciuto a Silvio Berlusconi di essere stato in questo quinquennio senza ambiguità un vero amico dello Stato della stella di Davide, pur non ignorando gli interessi italiani nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. E va reso merito a Gianfranco Fini che, da ministro degli Esteri, ha compiuto un atto intelligente e coraggioso nel manifestare con calore la propria vicinanza al popolo ieri perseguitato mettendo in questione la sua stessa tradizione fascista e post-fascista.
Tutto ciò assume un particolare significato nella nostra Italia. Dove, per troppi anni, hanno avuto libero corso gruppi e partiti che guardavano ad Israele con ambiguità e reticenza.
Così han fatto alcuni governi della Prima Repubblica condizionati dalla politica petrolifera della nostra compagnia di bandiera, quindi dagli interessi economici di scambio con i Paesi musulmani e infine dall’illusione di mettersi al riparo dal terrorismo collegato con i gruppi oltranzisti palestinesi. Ancora oggi i comunisti di Bertinotti e Cossutta, che però riflettono un popolo di sinistra molto più vasto dei loro partiti, seguitano a praticare la reticenza anteponendo alla semplice parola d’ordine della «difesa dello Stato di Israele», quella astrattamente giusta ma politicamente evasiva dei «due popoli, due Stati».
Tutti noi italiani, cittadini e governo, possiamo essere fieri che, con la difesa di Israele, stiamo difendendo tutto l’Occidente, la nostra libertà, la nostra democrazia, in definitiva quella nostra civiltà che ha profonde radici giudaico-cristiane.
m.teodori@agora.it