Simone, il poeta dei "matti": «Felice di avervi commosso»

«Qui mi sento un rivoluzionario, ma mi sono accorto di aver toccato il cuore della gente»

Sanremo - Lui parla piano per non far rumore, tiene gli occhi bassi persino quando ride e neppure si accorge che là fuori sono in fila ad aspettarlo, foglietti e urla pronte. Il vincitore del Festival Simone Cristicchi, se lo dice da solo, è «un travasatore di argomenti strani nella musica» ma stavolta qui a Sanremo ha giocato in casa e la storia di Antonio - quel matto che nella canzone del Festival Ti regalerò una rosa scrive l’ultima lettera alla sua Margherita – è una storia che conosce bene, così bene da non poterla strumentalizzare: «Il problema della salute mentale va al di là di ogni schieramento politico, non mi faccio intrappolare dagli schemi».
Questo romano di trent’anni, timidissimo e poetico, nei manicomi gira da un bel po’, ha scritto un libro Centro di igiene mentale (Mondadori, 249 pagg, 15 euro) e nel nuovo cd Dall’altra parte del cancello c’è pure il documentario, a metà tra invettiva e sonetto, del suo viaggio dove la libertà non esiste ma non ci sono reati, solo malattie. «A Genzano, vicino a Roma, ho conosciuto un tale che era in quel manicomio da quando aveva un anno e mezzo. Era orfano di mamma e papà e l’avevano messo lì con gli altri bambini. Alla sera le suore passavano e li legavano al letto per evitare che si facessero male. Ma non erano malati e infatti li chiamavano “malatini”. Poi magari si ammalavano davvero, ma solo dopo». Quando parla, Cristicchi asciuga la retorica dalle sue parole: è essenziale, persino ostinato a ripetere che la canzone Ti regalerò una rosa «è la storia di un uomo, non una critica e per questo motivo è arrivata alla gente». D’altronde, «subito dopo la mia prima esibizione mi sono accorto della commozione che c’è intorno a me». E se ci pensate, questo è il vero successo del Festival di Pippo Baudo: tra i favoriti per la vittoria finale c’è un ragazzo con una testa di capelli così, neri nerissimi, che s’è fatto tutta la gavetta del mondo e due estati fa era un idolo con lo scioglilingua di Vorrei cantare come Biagio Antonacci ma ora a Sanremo ha vinto il premio della critica ed è salito sul palco con una seggiola raccontando l’ultima lettera d’amore di Antonio, chiuso quarant’anni dentro un manicomio.
Simone Cristicchi con quella seggiola gira da quando gliel’hanno regalata al Festival dell’Unità di Vignola e «questo pezzo di legno si porta dietro le voci della gente, i rumori dell’osteria e delle partite a carte. La porterò sempre con me». Alla fine del brano, quando lui ci sale sopra e inizia a volare come un gabbiano nel cielo buio, forse si è visto uno dei quadri più intensi, più vividi dei Festival a memoria d’uomo «A Sanremo mi sento un rivoluzionario» spiega lui prima di sorridere pensando alla mamma che neppure ieri era all’Ariston: «Porella, neppure sono riuscito a trovarle un biglietto». Però c’è sua sorella Desirée, che piomba qui all’ora di pranzo e ci vogliono due minuti prima che finisca l’abbraccio. «È stata lei a trascrivere nel libro le 35 lettere risalenti al primo Novecento e ritrovate nel manicomio di Volterra. Scritte con grafia tremolante ma mai spedite perché i medici le bloccavano, era una specie di censura. Ci sono fogli con lamentele strazianti ai famigliari: ma come, vi ho scritto dieci volte e non mi avete mai risposto». Silenzio. E allora, senza accorgersene, Cristicchi dice le parole che gli fanno vincere due volte il Festival: «Ora quelle buste sono arrivate a destinazione». E lo dice parlando piano senza far rumore perché gli artisti, si sa, urlano solo con i pensieri. Bravo, no, di più.