Il sindacato d'assalto Ecco come la Cgil ha "tradito" lo sciopero

Da strumento di protesta eccezionale è diventato
uno stanco rito da piegare a battaglie politiche. Ormai scendono in
piazza i più privilegiati o chi non ne avrebbe motivo

L’immagine più famosa di uno sciopero è quella immortalata da Pelizza da Volpedo nel suo famoso dipinto «il Quarto Stato» del 1901, oggi visibile al Museo del Novecento di Milano. In quel quadro è racchiusa la grandezza e la solennità di una protesta dei lavoratori all’inizio del secolo. Agli inizi del novecento lo sciopero, che prima era reato, era appena stato depenalizzato dal nuovo codice Zanardelli ma i lavoratori ancora rischiavano grosso. Era un atto eccezionale, attentamente ponderato, che sottintendeva un disagio reale. Com’è invece lo sciopero del Duemila firmato Cgil?

Se sono vere le cifre fornite dal sindacato relative all’astensione dal lavoro e tolti gli irriducibili in piazza, probabilmente un pittore dei nostri giorni che, come Pelizza, desiderasse ritrarre lo scioperante medio dovrebbe dipingerlo eroicamente avviato verso qualche scampagnata mentre brandisce il panino. Nelle città si registrano soprattutto i disagi e anche sui siti dei giornali «amici», come Repubblica, per trovare la notizia dell’agitazione bisogna scendere in basso tra i titoli minori. La verità è che la protesta dei lavoratori dovrebbe essere una cosa seria che è stata irrimediabilmente svilita dalla raffica di scioperi politici congegnati soprattutto dalla Cgil, fino a farlo diventare un rito stanco, con grandi seguiti soprattutto fra le categorie che meno avrebbero motivo di protestare (come gli statali) o che neppure lavorano (studenti, disoccupati, pensionati) per i quali il concetto di «sciopero» è quanto meno improprio. Che vuol dire infatti «scioperare contro il governo»? È un concetto altrettanto sensato di un’«elezione contro l’imprenditore». Contro il governo ci sono le urne ed (eventualmente) le manifestazioni; che c’entra lo sciopero? Che vuol dire poi per uno statale scioperare? Forse che il datore di lavoro ne subisce un danno, come capita al proprietario dell’azienda i cui lavoratori incrociano le braccia? Di certo no.

Il conto dello sciopero degli statali è pagato solo dai cittadini, che lo pagano direttamente (con i disagi legati ai mancati servizi) e indirettamente (con il danno economico creato dall’astensione del lavoro che si traduce in deficit da ripianare con tasse), per cui la dialettica fra il lavoratore statale e il «datore di lavoro» è falsata in partenza. In ogni caso tutta la motivazione di uno sciopero generale «stile Cgil» cade davanti alle stesse ragioni proposte dagli organizzatori. Se si fossero chiesti agli scioperanti del «Quarto Stato» i motivi del loro corteo ci sarebbe stata una risposta precisa, da ottenere a ogni costo, anche rischiando personalmente, per lo sciopero di ieri invece la Cgil proponeva la bellezza di dodici punti di desolante vaghezza, che lascerebbero senza parole anche il lavoratore più informato. Si parte da un lunare «per uscire dalla crisi e avviare la crescita», che è come dire di farsi un buon bicchiere contro l’alcolismo. Si passa poi a «per un adeguato livello delle pensioni», come se non si sapesse che la cinghia che dovranno tirare i giovani lavoratori sarà diretta conseguenza delle pensioni del tutto slegate dai contributi ottenute dalla generazione precedente e i cui beneficiari sono parte maggioritaria degli iscritti della Cgil, in pratica quello che si è pappato tutta la dispensa (e che continua a mangiare più di quanto gli spetterebbe) che protesta per la fame di chi è arrivato dopo. Si finisce poi con un surreale «per una nuova politica di accoglienza e cittadinanza attiva dei migranti», ecco, finalmente un problema di sicuro sentito dagli italiani: non siamo abbastanza accoglienti. Fate pure, ma non chiamatelo più sciopero.

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