Sindaco da 55 anni: "De Gasperi morì senza casa, oggi hanno l’attico gratis"

Se vuoi vedere com’era, com’è, come ha da essere un sindaco degno di questo nome, devi salire fino a Sarsina, il paese di Plauto, di San Vicinio e degli indemoniati. Qui, sull’Appennino romagnolo, governa da 55 anni il primo cittadino più longevo d’Europa. Il suo interminabile mandato, che finirà per legge nel 2009, ha avuto solo una pausa. Nel 1995 gli ex democristiani usciti dalle macerie di Tangentopoli chiesero a Lorenzo Cappelli di fare un passo indietro nel nome del «rinnovamento» e i sarsinati, ebbri di giustizialismo, gli preferirono Luigi Cangini, un ex comunista riciclatosi nel Pds. Pentitissimi, nel 1999 si sono ripresi il vegliardo. E alle elezioni del 2004 gli hanno riconfermato la fiducia nella lista Udc.
In barba ai suoi 85 anni, ieri Cappelli ha avuto una giornata di fuoco a Roma, dove fu anche per tre legislature prima deputato e poi senatore con la Dc. Al ministero dei Beni culturali era convocato un vertice sul Giubileo straordinario che il Papa ha concesso per celebrare nel 2008 il millennio di fondazione della basilica di Sarsina.

All’una di notte il sindaco è tornato nella sua casa di Cesena e stamattina s’è rimesso al volante della Fiat Punto per venire a Sarsina. Un tragitto che ripete almeno quattro volte la settimana, e spesso due volte nello stesso giorno, come domani, quando il noto demonologo padre Corrado Balducci («è nato come me nella frazione di Monte Castello, siamo compagni d’infanzia») presiederà al teatro Silvio Pellico il terzo simposio viciniano su «Angeli e demoni».
Dopo il sindaco, il diavolo è la persona più importante di Sarsina. In popolarità ha superato di gran lunga Tito Maccio Plauto, il geniale e squattrinato commediografo dell’Aulularia, del Miles Gloriosus e dei Menecmi che qui ebbe i natali due secoli prima di Cristo e che fu saccheggiato da Shakespeare, Molière e Goldoni. Il principe delle tenebre deve tuttavia la sua popolarità a Vicinio, primo vescovo di Sarsina, di cui poco o nulla si sa. Arrivato dalla Liguria prima della sanguinosa persecuzione contro i cristiani scatenata nel 303 dall’imperatore Diocleziano, pare che l’eremita taumaturgo si mettesse al collo una catena con appesa una grossa pietra per aiutarsi a tenere la testa reclinata durante la preghiera. Ogni anno 60.000 pellegrini vengono nella basilica per farsi imporre questo collare, particolarmente efficace, secondo la tradizione popolare, contro le possessioni diaboliche.

Sono passati 60 anni dalla prima volta che Cappelli, sposato da 61 con Nada Rossi e padre di due figli, fu eletto alla guida del Comune di Sorbano, in seguito aggregato a Sarsina. Era il 30 dicembre 1947 e lo Stato italiano avrebbe avuto per altre 24 ore in Enrico De Nicola un capo provvisorio. Il sindaco Luigi Bartolini aveva rassegnato le dimissioni. Cappelli, che ne era il vice, prese il suo posto. Con riluttanza: «Dichiara di accettare la carica nonostante che egli avesse gradito che altri consiglieri comunali meno giovani di lui, e certo più di lui preparati, fossero stati chiamati a ricoprire l’incarico», si legge nella delibera, passata con 8 voti su 11. Aveva 25 anni.

È venuto al mondo il 2 giugno 1922. Una data, un destino. Il 2 giugno di 40 anni prima era morto Giuseppe Garibaldi, una divinità, da queste parti, basta leggere l’epicedio che gli hanno scolpito nell’atrio della sede comunale. Il 2 giugno 1946 sarebbe nata la Repubblica. Il municipio è fatto a immagine e somiglianza del signor sindaco. I mobili di falegnameria sono ancora quelli dell’era fascista, con ribalte macchiate d’inchiostro e cassettini ad ante snodabili che farebbero la felicità degli antiquari. Contrastano con gli arredi le stagiste diciottenni venute quassù dall’istituto per ragionieri Renato Serra di Cesena a imparare, non retribuite, come si tiene in ordine la casa di tutti.

Lei dove ha studiato?
«Mi sono laureato in fisica a Bologna col professor Gilberto Bernardini, allievo di Enrico Fermi. Per un quarantennio ho fatto l’insegnante di matematica e il preside. Vivevo a Rimini, a quei tempi una fucina intellettuale. Andavo a scuola con Riccardo Fellini, che dopo I vitelloni ebbe la carriera stroncata dal fratello. Sono stato amico anche di Federico. Secco come un chiodo, al mare non si spogliava mai, indossava una maglietta a righe bianche e nere. Ci si vedeva al caffè Commercio di piazza Cavour tutti i giorni. C’erano Sergio Zavoli, Renato Zangheri, futuro sindaco di Bologna, e il Titta di Amarcord, l’avvocato Benzi, che è ancora vivo. Per strada incontravo Filippo De Pisis. Indossava un berretto in pelo di lupo e dopo aver dipinto i suoi quadri grattava via un po’ di colore con una lametta da barba. I miei amici si stupivano: “Ma come, parli con quello lì?”».
Perché era omosessuale.
«E gli piaceva ostentarlo, girava in carrozza con gruppi di giovincelli. Ogni tanto i fascisti gli facevano l’incapparellata: gli mettevano una mantella in testa e giù botte. Il giorno dopo lo vedevi con gli occhi pesti. Mi disgustava questa violenza, che lui subiva con grande dignità».
Al padre e al fratello di sua moglie andò ben peggio.
«Sì, mio suocero Enea Rossi, cantoniere, fu ucciso dai nazisti con altri otto il 26 settembre 1944 perché era andato incontro agli Alleati. Aveva 57 anni. Il figlio Giuseppe, 20, che era venuto a Sarsina due giorni dopo per vegliare la salma del genitore, fu sorteggiato dalle Ss durante una rappresaglia e cadde con 11 coetanei sotto i colpi della mitragliatrice».
E come le venne in mente, finita la guerra, di regalare il terreno proprio a una fabbrica tedesca, la Vossloh, perché s’insediasse qui?
«Lo rifarei. C’era una gran miseria, i capifamiglia emigravano in Belgio a fare i minatori. Portai 300 posti di lavoro. La divina provvidenza trae il massimo bene dal massimo male. I proprietari della Vossloh non sapevano degli eccidi, né io glielo dissi. E senta che cosa accadde. Nel 1961 m’invitarono a Düsseldorf, ospite d’onore al consiglio d’amministrazione. Prese la parola Diethelm Bomnüter, il presidente, e raccontò che suo padre, ferito a morte nella battaglia di Sedan del 1870 tra prussiani e francesi, aveva pregato Dio di risparmiargli la vita, promettendogli in cambio di dedicare il resto dei suoi giorni a fare del bene al prossimo. “Si salvò”, aggiunse Bomnüter, “e io voglio aprire uno stabilimento a Sarsina per adempiere quel voto”. Accanto a me sedeva mia moglie, che non ha mai nutrito sentimenti di vendetta».
Perché ha fatto il sindaco?
«Sono nato sotto il fascismo. Che in Italia non c’erano stati solo i podestà lo scoprii quando, già grandicello, trovai in casa una targa ricordo regalata dalla cittadinanza a mio nonno Luigi, sindaco di Sarsina prima dell’avvento di Mussolini. Da allora sono cresciuto sotto l’ala del senatore Giovanni Braschi, anch’egli nativo di Monte Castello, tra i fondatori del Partito popolare con don Luigi Sturzo».
Le sono costate tanto le campagne elettorali?
«Qualche milione di lire, che mi davano gli amici. Ma solo per le politiche».
Più manifesti, più santini, più comizi o più cene?
«Comizi, comizi. Anche tre o quattro al giorno. Le cene costavano troppo».
Non è facile arrivare in Parlamento con le parole.
«Facilissimo se a garantire per te c’è Indro Montanelli. Lei certo ricorderà il famoso invito del 1976 sul Giornale: turatevi il naso, votate Dc, però date la preferenza ai candidati che vi segnalo io. Ero fra questi».
Come mai?
«Si sarà informato, gli avranno riferito che ero un fanfaniano di ferro. Ad Amintore Fanfani ho voluto bene come a un padre. Aderii alla Dc nel 1952 dopo averlo sentito parlare. Prima ero nel Psdi di Saragat. Sa chi raccoglieva voti per me a Bologna? Pier Ferdinando Casini».
Ne ha fatta di strada, il ragazzo.
«Sì, ma se non ci fossi stato io a farlo entrare nel giro di Forlani dopo la morte del suo padrino Bisaglia... Organizzai apposta un convegno a Imola per presentarlo».
E ora che cos’ha in testa, secondo lei? Vuole prendere il posto di Berlusconi o fare da stampella all’Unione?
«Tenta di fare il premier, mi pare evidente. Ne ha le doti. Anche se non è certo all’altezza dei grandi che ho conosciuto io».
Era più facile fare il sindaco nel 1947 oppure oggi?
«Era più entusiasmante allora. Più facile non direi. Il mio riferimento amministrativo fu Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze che faceva ammattire Mario Scelba, ministro dell’Interno, con violazioni continue delle leggi e dei regolamenti, come quella di regalare i terreni comunali alle ditte. Ci animava una grande tensione morale. Non avevamo né indennità né gettoni di presenza, ci riunivamo quando eravamo liberi da impegni di lavoro».
Mentre oggi quanto percepisce?
(Non lo sa. Telefona alla segretaria Antonella). «Mi dicono 1.449,27 euro netti al mese. Con la nuova legge sui costi della politica ora me li toglieranno. È giusto così. Ho già il vitalizio del Senato».
Le hanno mai offerto tangenti?
«Mai. Ho sempre avuto la fama di persona disinteressata al denaro. Sono il padre dell’E45 Cesena-Orte, fra le principali arterie stradali costruite in Italia. L’ha forse sentita nominare durante Tangentopoli? Fino al 1976 non sapevo neppure che cosa fosse un conto corrente bancario».
Mi prende in giro?
«No, no, il primo libretto di assegni l’ho avuto quando l’agenzia della Bnl che si trova all’interno di Montecitorio mi ha costretto ad aprire un conto per l’accredito dell’indennità parlamentare. Non l’ho mai chiuso perché non mi fanno pagare spese di tenuta. Ci ho lasciato 181 euro. Cresce di 0,2 o 0,3 centesimi al mese».
Quanti dipendenti aveva il municipio nel 1947?
«Una decina».
E oggi?
«Lo stesso. Quattro a questo piano, quattro al piano di sopra e quattro al piano di sotto. Lavorano molto».
Che cos’è per lei la politica?
«Le citerò una definizione che ho sentito pronunciare da Paolo VI: “È la più alta espressione della carità cristiana”. Per me il politico dev’essere un sacerdote laico».
Infatti celebra anche i matrimoni.
«Non io. Sono laicissimo, ma per principio mi rifiuto d’indossare la fascia tricolore in occasione delle nozze civili».
Che cosa manca oggi alla politica?
«Non c’è più, la politica. Abbiamo toccato il fondo del fondo. Questo è un teatrino di matti che pensano solo agli affari loro. Le sto dicendo delle cose grosse, vero?».
Un po’.
«Io sono credente, devo credere che il mondo vada verso il meglio e non verso il peggio. Ma è dura, se la politica non ritrova l’etica. Colpa anche della Chiesa. Noi democristiani venivamo tutti dall’Azione cattolica o dalla Fuci. Oggi chi forma le nuove classi dirigenti? Se i giovani non cambiano, il mondo non cambia. Purtroppo l’ha capito solo Benedetto XVI. “Andate controcorrente”, gli ha detto a Loreto, non inseguite il successo, non pensate solo all’apparire e all’avere. Alcide De Gasperi morì povero, lo sapeva lei questo?».
Sì.
«Ma non sa che tutte le segreterie provinciali della Dc dovettero fare una colletta per comprare alla moglie Francesca la casa, altrimenti sarebbe finita in strada. Neanche quattro muri, lasciò alla sua famiglia. Invece i politici di oggi riscattano gli attici a prezzi di favore dagli enti pubblici».
Quale politico stima di più?
«E se le dicessi nessuno?».
Prodi lo conosce?
«Sì, sì. Quand’ero presidente della Camera di commercio di Forlì lo invitai a parlare varie volte. Era un giovane promettente».
E adesso?
«E adesso anche lui, poverino... Sarà l’età, sarà che ha perso gli agganci con la vera democrazia, oggi è prigioniero della sinistra. Do un giudizio molto critico».
Veltroni vuol fargli le scarpe?
«Ah, secondo me sì. In una maniera molto dorotea».
Come vede il Partito democratico?
«Una bufala, una fregatura. Dice D’Alema: “Non facciamoci del male”. Ma scusa, se ti preoccupi di andare d’accordo con gli attuali interlocutori, significa che non vuoi cambiare la classe dirigente. Allora dov’è ’sto nuovo?».
Vince Veltroni, Letta o la Bindi?
«Vince Veltroni, dài, come fa a non vincere? Gli hanno scritto un regolamento ad hoc, ha l’appoggio degli apparati. Vorrà dire che i moretti dell’Africa, dove aveva promesso di andare una volta finito il mandato come sindaco di Roma, dovranno aspettarlo un altro po’».
Michele Buldrini, consigliere della Margherita, dice che anche lei ormai ha fatto il suo tempo.
«Lui la pensa così. Lo penso anch’io. Ma tutte le regole hanno un’eccezione. Non vedo l’ora di andarmene».
Al diavolo ci crede?
«Sì, e infatti ogni tanto chiedo a don Gabriele Foschi, il delegato vescovile per la nostra concattedrale, di mettermi il collare di San Vicinio. Trent’anni fa ho visto come agiva il maligno su una donna. Ci volle la forza di quattro uomini per trascinarla in basilica. Urla cavernose... Lei non ha idea di come cambia la voce. Gente analfabeta che si mette a parlare lingue sconosciute. Monsignor Ettore Fabbri, insigne studioso di greco e latino che per quasi mezzo secolo fu l’unico esorcista, mi diceva: “Il diavolo tutte le notti viene a scuotermi il letto per non farmi dormire”. Mi raccontava che gli indemoniati vomitavano grumi di capelli e petali di rosa. Lui cercava di distruggere quella robaccia dandogli fuoco, ma non c’era verso che bruciasse».
Potevano essere sindromi psichiatriche.
«Non lo so. So che il mio amico padre Balducci ha fatto la tesi di laurea su una contadina che tenne in osservazione per anni. Veniva dalla provincia di Frosinone eppure era in grado di zittire i sarsinati, rinfacciandogli per filo e per segno i peccati che avevano commesso. Tanto che il vescovo, a un certo punto, diede ordine di praticare gli esorcismi solo a porte chiuse».
(391. Continua)
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