Sindrome da freezer stracolmo Così buttiamo un terzo del cibo

Italia e Gran Bretagna guidano la classifica dei paesi europei a più alto tasso di sprechi alimentari

Nelle famiglie italiane c’è più di qualcuno in sovrappeso. A volte è il caso di persone, ma spesso si tratta di oggetti: dispensa e frigorifero, in testa. Colpa degli eccessi negli acquisti intrappolati da «offertissime», «occasioni speciali» e «3x2» che, invece del risparmio, moltiplicano gli sprechi. Allettati dai «maxi sconti», compriamo dosi industriali di cibo che non riusciremo mai a consumare; perfino i single si buttano a pesce sulla carne, anche se sanno benissimo che, da soli, non riusciranno mai a consumare una «confezione famiglia» di bistecche. Così il carrello della spesa si riempie fino all’orlo e poco importa se un quarto di tutto quel ben di Dio finirà nella spazzatura.
A dare il cattivo esempio sono proprio i grandi centri commerciali dove il rito dello sperpero si celebra quotidianamente. Attenzione a questi numeri: il 63% degli scarti di cibo degli ipermercati è ancora utilizzabile per l’alimentazione umana, il 32% per quella animale e solo il 5% è da considerare rifiuto da discarica; oltre mille tonnellate di prodotti ancora commestibili per un valore di circa 350 milioni di euro: una media annua di 160 tonnellate per ciascun ipermercato (90 tonnellate di frutta e verdura, 20 tonnellate di carne e il resto «fuori frigo»). Un meccanismo perverso a cui i tanti «Banchi alimentari» attivi lungo la Penisola cercano di trasformare in un’occasione di solidarietà per aiutare i soggetti deboli che del cibo hanno un bisogno disperato. Quando dai grandi depositi dei supermarket, passiamo ai frigoriferi di casa, la «filosofia dello scialacquo» non muta: l’ultima indagine Istat sui consumi ha accertato che ogni famiglia italiana butta nel cassonetto alimenti per 600 euro all’anno, stimando che in una metropoli si possano recuperare ogni giorno 1500 chili tra pasta e pane, 1000 di frutta, 800 di verdura e 500 di carne.
Uno scenario che pone in nostro Paese agli stessi livelli della Gran Bretagna dove finisce in pattumiera circa un terzo del cibo comprato: un totale di 3,3 milioni di tonnellate all'anno, con uno sperpero enorme di soldi ed energia; senza contare l’effetto-domino negativo sull’ambiente, con i rifiuti organici che decomponendosi nelle discariche provocano gas nocivi per l'atmosfera. I dati rivelati dalla Wrap (Programma d'azione per i rifiuti e le risorse), un'agenzia del governo britannico, hanno molti punti in comune con studi analoghi effettuati in Italia da agenzie similari.
Ogni anno nelle discariche inglesi come in quelle italiane finiscono circa 6 milioni di tonnellate di rifiuti, complessivamente: la metà è ineliminabile (bustine di tè, ossa, scarti di verdure...) ma l'altro 50% è costituito da cibo che avrebbe potuto essere mangiato.
Secondo Jennie Price, direttrice del Wrap, per ogni sterlina che viene spesa al supermercato 15 pence vengono gettati nei cassonetti. «Comprare molto cibo è facile, abbiamo una possibilità di scelta amplissima - ha dichiarato Price in un'intervista alla Bbc Radio4 - Ci piace vedere che il frigorifero è pieno ma poi non ci rendiamo conto di quante cose buttiamo».
Per la sua ricerca la Wrap ha utilizzato un campione di 1.900 persone e ha scoperto che soltanto il 10% degli intervistati erano consapevoli di gettare una parte significativa del cibo che comprano.
Anche i supermercati potrebbero fare la loro parte, per esempio vendendo confezioni con meno carne, verdura o frutta.
«Se vuoi tre bistecche di maiale, non dovrebbero vendertene quattro - ha affermato Price - Se riesci a mangiare solo metà busta di insalata, dovresti poterla chiudere e mangiarla il giorno dopo». Magari rinunciando ai «super sconti». Perché, a volte, il vero affare è proprio saper rinunciare agli «affarissimi».