Sinistra, addio al giorno simbolo

Il cartello appeso in una Ipercoop di quel di Cuorgnè, borgo dell’alto Canavese, annunciava con una certa innocenza la apertura per giovedì. Ma è arrivata la protesta dei sindacalisti davanti all’entrata, con tanto di bandiere al vento, e inviti ai clienti, a non venire a fare acquisti quel giorno. Giacché quel giovedì era anche il primo maggio. E, mentre distribuivano alle massaie i volantini, i sindacalisti quasi non ci volevano ancora credere: «i supermercati di sinistra », come li chiama il Corriere di ieri, che violano la santità del primo maggio. Perciò tale Elena Ferro della Cgil di Torino ha protestato, melanconica: «In gioco c’è la storia...».

In effetti per le sinistre una volta la storia era santa, in quanto conquista dell’ideale. Ma i fatti sono fatti: «Il 70% del personale dell’Iper di Cuorgnè ha contratti part time », ha aggiunto, e «lavorare il primo maggio significa mettersi in tasca 50 euro in più». Insomma il sindacato protesta; ma sa, dopo la scelta dei miscredenti cooperativi, di non avere più gran replica. Per loro libera scelta commessi e cassiere lavoreranno. Sarà l’ennesima confermadi quel disfarsi di tutto a sinistra che ha ormai cadenza quotidiana, e nessuna remora; neppure quella delle feste sante o laiche. Delle Coop non diremo. Basterà quanto si dirà a Bruxelles dove si deciderà di qualcosa che deve premergli più delle feste comandate: se richiamare lo Stato italiano per aiuti di Stato nei loro confronti. Ma è piuttosto questo disfarsi di ognuna delle fedi fondanti, una volta addirittura ossessive della sinistra, che spaventa. Al governo i comunisti hanno pensato invece che ai lavoratori a come far pagare alla mutua il conto delle chirurgie dei transessuali. Alle elezioni il povero Veltroni ha candidato Calearo. E adesso questa nuova per il primo maggio.

Ma di questo ritmo Coop si scriverà tra qualche anno in verde, e non in rosso, solo che un qualche stratega di mercato lo consigli. Insomma la morte lenta della sinistra in Italia non può dirsi notizia negativa, tutt’altro. Però a proteggere chi lavora chi ci resta? E, per tornare al nostro caso, deve preoccupare tutti che stia venendo meno qualunque idea laica di pausa al lavoro. Giudicherei così non per lamentare qualche sfruttamento, o un maggior pluslavoro estorto, a cui non crederei. Ma il primo maggio, come la domenica di festa cattolica, un suo pregio lo ha: dare una pausa e un fine al lavoro. Giacché feste cattoliche o laiche riferiscono a un più alto ideale l’onorevole gesto di guadagnarsi di che vivere.

E però ambedue sono in affanno. Resta la vacanza, certo. Ma è diversa: è non lavoro; non eleva il lavoro a un ideale, come la domenica in chiesa o il primo maggio in piazza. Si pianifica con cuore freddo in una agenzia di viaggi per star bene, e, anche se riesce, ritempra ma non commuove. Come ha capito questo Papa, che tempo fa ha citato il De Consideratione di San Bernardo. E ha ricordato quanto sia sano «guardarsi dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l’ufficio che si ricopre, perché le molte occupazioni conducono spesso alla durezza del cuore». Con non minore solerzia Benedetto XVI ha del resto sempre difeso la domenica: il suo «sine dominico non possumus» ha lo stesso fine. È necessaria una pausa ideale perché il cuore si elevi nel lavoro. Il primo maggio all’Ipercoop è un sintomo minuto,ma conferma che in futuro questo compito toccherà sempre più ai cristiani, e sempre meno all’ideologie di sinistra.