La sinistra dà fuoco agli eroi di Nassirya

Il leader del Pdci in piazza: «Ma io non sono anti israeliano»

Emanuela Fontana

da Roma

Cinque sequenze di due cori ciascuno. Per almeno dieci volte il grido: «Dieci cento mille Nassirya» è echeggiato per via Cavour, intonato da voci femminili. Quelle di tre ragazzine appena ventenni, megafono in mano, che marciavano alla manifestazione per la Palestina organizzata a Roma fra due striscioni. Il primo con scritto: Intifada fino alla vittoria». Il secondo con questo messaggio: «Gaza Beirut Bagdad. La resistenza vincerà». Le tre ragazze tenevano in mano un foglietto, e si mettevano d’accordo sullo slogan da urlare, alternando «Armi, armi armi ai feddayin», a «Prodi boia» e infine a quel coro, ripetuto come un karaoke: «L’Italia dall’Irak deve andare via, dieci, cento mille Nassirya».
Tutto questo accadeva a pochi metri dalle bandiere dei Comunisti italiani e dei Cobas, soggetti più istituzionali di una manifestazione guidata dal comitato Forum Palestina e affollata di molti centri sociali, in cui è stata avviata una raccolta di firme per interrompere ogni accordo militare dell’Italia con Israele.
Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, era appena andato via, erano da poco passate le 16.30, quando il messaggio contro i militari italiani ha fatto il suo ingresso nel corteo per opera delle tre giovani, capelli castano scuri, giubbotto, zaino sulle spalle, seguite dai loro compagni di marcia. Qualcuno dei manifestanti ha fatto la «spia»: «Sono del centro sociale Gramigna», di Padova, già indicato come responsabile, in passato, di cori di questo tipo. Nessuna conferma, però. Un tentativo non facile, quello di avvicinare gli autori degli slogan, perché ad un certo punto un manifestante ha iniziato a inseguire i giornalisti con una bandiera della Palestina gridando: «Fuori i fascisti dal corteo!». Intanto nello stesso fronte della sfilata iniziava l’incendio dei soldati fantoccio: alcuni ragazzi hanno appiccato il fuoco ai militari di cartone italiano, israeliano e americano. Tre bandiere sul petto indicavano le nazionalità dei finti soldati, distrutti dalle fiamme.
Fino a quel momento la manifestazione, a cui hanno partecipato 20mila persone secondo gli organizzatori, 5mila per la polizia, era stata come spezzata a metà. Una parte dei manifestanti portava avanti i motivi dell’essere in piazza: «Per la revoca degli accordi economici tra le regioni italiane e le autorità israeliane. Per la revoca del vergognoso embargo dell’Unione Europea contro il popolo palestinese». In strada all’inizio c’era anche Diliberto, che chiariva la sua posizione non antisionista: «Sono critico nei confronti del governo israeliano ma non sono anti-israeliano». Intanto, però, dal centro del corteo partiva l’hit parade degli slogan: «Se non cambierà-Intifada pure qua». «Fuori le truppe dal medioriente-Intifada in tutto l’Occidente». E ancora: «governo italiano, non ti smentisci mai-sei sempre al fianco dei guerrafondai». «L’unico tricolore, quello da guardare-è quello disteso sulle vostre bare».
Con questi messaggi lugubri, fra fiamme e inneggi contro i militari morti a Nassirya, il corteo si è avvicinato a piazza Venezia. Dal camion allestito a palco gli organizzatori non hanno espresso nessuna condanna per i cori, ma hanno criticato la manifestazione più politica che si è svolta a Milano e hanno dato la parola, in collegamento dal Libano, a uno dei dirigenti della televisione satellitare degli hezbollah Al Manar, Moussa Awadh: «Avete tutto il nostro rispetto, tanto rispetto per la vostra azione - ha detto il dirigente della tv filo-Hezbollah - Siamo orgogliosi di voi, della vostra solidarietà con il popolo palestinese. Hanno cercato di dissuadervi a non scendere in piazza, ma la vostra prontezza è un’azione di solidarietà. La nostra vittoria contro l'aggressione sionista in Libano è una vittoria per voi».
Sotto il palco è iniziata la raccolta di firme «con cui dobbiamo seppellire il governo». Ma il più insultato della classe politica è stato il vicepremier Massimo D’Alema, che ha negato il visto d’ingresso in Italia a Leila Khaled, «militante prestigiosa della sinistra laica e marxista palestinese», come si legge in un volantino distribuito alla manifestazione che la ritrae con un kalashnikov in mano. Un’azione «antidemocratica e ignobile», di cui sono «responsabili il governo di centrosinistra e il ministro degli Esteri».
Infine il saluto dal palco: «Quanti eravamo? Uno più di Milano! Palestina libera!!». Palestina libera, Palestina rossa, ha risposto il pubblico con un applauso.