Gli Sms? Inventati da Cicerone

Altro che rivoluzione della lingua: secondo un esperto di Cambridge le abbreviazioni usate dai giovani sono sempre esistite. Già il retore latino scriveva "Aug" per indicare Augusto. E Charles Dickens risparmiava con "cos" al posto di "because"

Scrivere short, abbreviato, compendioso, risparmioso. Il «perché» soppiantato dal segno della moltiplicazione, più la sillaba finale accentata: scorciatoia che manda in bestia le prof d’italiano del Ginnasio alle prese con la correzione dei temi, ma fa risparmiare un po’ di mosse sulla tastiera del cellulare, e aiuta a stare nei caratteri regolamentari, evitando il doppio esborso. 4ever è il sintetico «per sempre», che sfrutta l’assonanza tra la cifra inglese e la preposizione.

Secondo i puristi, le vestali dell’accademia, è la Caporetto della lingua, un Attila, un Gengis Khan della comunicazione, che del corretto idioma sta facendo terra bruciata. Non è di quest’avviso David Crystal, linguista nordirlandese (al di sopra del sospetto, è autore di linguistica e della Cambridge Encyclopedia of the English Language) che dalla pagine del Guardian spezza una lancia in favore della creatività espressiva, puntellando la tesi con corposi raffronti storici: calibri come Charles Dickens già tagliavano corto con cos al posto di because.

Sono mutate nel tempo le forme della trasmissione dei dati, ma l’esigenza di base è immutata: risparmiare, in tempo e spazio. Se c’è parità di codice tra emittente e destinatario, nessun problema. Chi riceveva un’epistola, in Roma antica, decifrava la sigla s.v.b.e.e.q.v. = si vales, bene est; ego quoque valeo «se stai bene, tutto bene, anch’io sto bene», trionfo della pragmaticità latina che con 7 lettere puntate esprimeva un saluto, un augurio e una notizia che, per esteso, avrebbe richiesto 36 caratteri (spazi e interpunzioni incluse). Marco Tullio Tirone, un liberto del quasi omonimo Cicerone, è l’antesignano degli sms. Dovendo registrare su pergamena la torrenziale eloquenza del padrone, inventò la stenografia, sostituendo con caratteri speciali le radici e le terminazioni ricorrenti delle parole. Oggi avrebbe un futuro come programmatore informatico. La brevitas era cruciale non solo in letteratura (Cesare riassunse se stesso in tre parole, veni, vidi, vici), ma anche sulle epigrafi monumentali. Così i lapicidi scelsero di semplificare Consul (il console) in Cos, e quando c’era da specificare una data, bastavano tre lettere, Auc, per far partire il conteggio ab Urbe condita, «dalla fondazione di Roma».

Imbattibili, in questo esercizio, i graffitari pompeiani. Un gladiatore trace, Celado, si fregia del titolo di suspirium puellarum, «sospiro delle ragazze», e con il telegrafico «Oct III/III» ci informa che militava nella scuderia di Ottavio, onorandola con un en plein da primato, tre incontri, tre vittorie. In letteratura le cose vanno un po’ diversamente. Gli autori italiani sono dei classicisti, ma quando premono le forche caudine metriche della poesia, si prendono anche loro un po’ di licenza, e abbreviazione.

Così l’anima diventa l’alma, il cuore si condensa in cor, la Venere foscoliana non «faceva», ma «fea quell’isole feconde», la spoglia del Bonaparte manzoniano è «orba di tanto spiro» (per respiro). Vittorio Alfieri sarebbe un testimonial perfetto dello short message. Nelle tragedie cruente infila le mitragliate dei Pera! («perisca, muoia!») e in Antigone, sfruttando la magia dell’elisione che fonde le vocali contigue, snocciola in un solo endecasillabo il record di cinque battute tra il tiranno Creonte e l’eroina: Scegliesti? Ho scelto. Emon? Morte. L’avrai!

Ragazzi, smanettate tranquilli sul telefonino. Anche qui vale la regola aurea del bagaglio a mano: il meno è quasi sempre il meglio.