"Via dalla socialdemocrazia di Bersani"

«Adesso potete usare l’indicativo presente: Calearo lascia il Pd». Massimo Calearo, l’industriale vicentino ed ex presidente di Federmeccanica prestato alla politica, cancella il condizionale rimasto d’obbligo fino all’altroieri e relativo alle sue dimissioni dal Partito democratico. «Da martedì prossimo - anticipa al Giornale con il tono sollevato di chi si è tolto un peso - siederò nei banchi del gruppo misto».

Che cosa è successo, onorevole? Effetto “B”, come Bersani?
«Sì, il motivo è quello. Bersani intende legittimamente trasformare il Pd in una moderna socialdemocrazia, abbracciando tutte le diverse componenti della sinistra. Io però - e chi mi conosce lo sa - non sono mai stato uomo di sinistra, bensì un moderato. Quello che vedo profilarsi non è quindi più il mio progetto. Adesso staremo piuttosto a vedere chi avrà il coraggio di fare quello che ho fatto io, dicendo di no alla logica dei papà politici e dei capicorrente».

La sua uscita apre scenari imprevedibili, con il Veneto per l’ennesima volta laboratorio politico. Se cioè alle prossime regionali lei si affiancasse a un Giancarlo Galan sacrificato sull’altare della Lega, agli scontenti del Pdl e all’Udc di Casini, gli esperti di cifre parlano di una potenziale forza del 18-20%. Nascerà un nuovo soggetto politico?
«Ben venga un nuovo soggetto. Del resto rivendico il fatto di essere stato uno dei primi, insieme all’onorevole Paolo Costa, a levare alto il grido “salviamo il soldato Galan”. E confermo di essere già pronto a dire ad altri “diamogli una mano”. Perché se la presidenza del Veneto dovesse finire nelle mani di un leghista, ancorché uno sveglio e capace come Luca Zaia, io dico che per la nostra terra sarebbe un disastro».

Perché un disastro?
«Mi riferisco al mio mondo, quello delle imprese e dell’economia, che richiede libertà. La Lega, oltre a essere ormai l’ultimo partito leninista, dove se dici una cosa intelligente, ma quella cosa non piace al capo, ti mettono a tacere, ha un progetto fondato sulla diffusione della paura, sulle barriere commerciali, sul sospetto verso gli immigrati. Insomma, privo di quella visione globale di cui ha invece bisogno come l’aria una terra imprenditoriale come questa, dove la sola provincia di Vicenza esporta più della Grecia e dove quelle di Vicenza e Treviso insieme superano l’export dell’Argentina. Una terra per di più schiacciata tra due Regioni a statuto speciale come Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige».

Regioni dove ci sono, guarda caso, due amministratori, uno in attività e uno in momentanea “quiescenza” - Lorenzo Dellai in Trentino e Riccardo Illy in Friuli - i cui profili paiono calzare perfettamente con quell’ipotetico nuovo soggetto.
«Certo, da un lato guardo al movimento di Dellai con grande attenzione e dall’altro voglio dire che se il mio grande amico Illy è “in parcheggio”, è colpa del partito che non lo ha capito. Se si ripresentasse la gente lo voterebbe, ma è il partito che non lo vuole».

Tornando alla Lega, sbaglia allora l’ex sindaco di Padova, Giustina Destro, del Pdl, descrivendola come uno “più leghista che del Pd”?
«La Destro ha forse detto così perché io sono uno che parla come mangia, un po’ politicamente scorretto, com’è del resto naturale per uno cresciuto in azienda e non in un partito».

A proposito, si è abituato a sentirsi chiamare “onorevole”? Che effetto le fa?
«Ci sono così poco abituato che a volte rischio di essere villano, nel senso che nemmeno mi giro, pensando che stiano rivolgendosi un altro. Sono più abituato a essere chiamato come in azienda, ovvero “presidente”».

Un’ultima curiosità. Circola la voce che lei anni fa tenesse nel telefonino l’inno di Forza Italia come suoneria?
«Lo giuro, è totalmente falsa. Da anni uso l’Inno di Mameli. Posso portare testimoni illustri, perché quando ero in giunta di Confindustria e mi suonava il cellulare, il presidente Montezemolo scattava sempre in piedi. Sull’attenti».