Il sociologo Edgar Morin: "Il segreto per l’integrazione? Il modello sono gli Stati Uniti"

Talvolta la vita comincia a 86 anni. Fino a pochi mesi fa la fama di Edgar Morin, uno dei maestri della sociologia moderna, era limitata al mondo accademico e a quello intellettuale. Poi il presidente Sarkozy lo ha citato nel discorso di fine anno e lo ha invitato all’Eliseo più di una volta, per ascoltare e capire le ragioni del malessere che tormenta le società europee e Morin è diventato improvvisamente popolarissimo. Il Giornale lo ha intervistato su un tema che a lui - francese di origine ebraica e meticcia - sta molto a cuore, quello dell’immigrazione.

Professor Morin, come si affronta un tema delicato come questo?
«Elaborando un processo di integrazione fondato su un’idea non razziale, né di sangue della nazione; una strada su cui si è avviata tardivamente anche la Germania di fronte alla massa di immigrati turchi».

Ma l’Italia è un Paese cattolico e la questione religiosa non può essere ignorata, soprattutto con gli islamici...
«Certo, per voi e per la Spagna è più difficile, ma sono convinto che solo puntando su un sistema di valori laici si possano attutire le tensioni religiose; il che ovviamente non vuol dire rinnegare le proprie radici, né la propria identità. Pertanto penso che i principi francesi possano essere adottati a livello continentale, prevedendo i dovuti adattamenti Paese per Paese. Questo con il tempo permetterà di far germogliare un’appartenenza che non dovrebbe essere più solo francese o italiana, ma europea. Penso che sia questa la via».

Ma come potrà il prossimo governo favorire l’integrazione?
«Un tempo, perlomeno in Francia, era la scuola a svolgere questo compito, poi il meccanismo si è inceppato e ora non basta più, anche perché la società è cambiata. La cultura giovanile - fatta di musica, Internet, modi di vestirsi, linguaggi - è sempre più influente e deve diventare un fattore per inserire gli stranieri. Bisogna rendere costruttive le mode e i comportamenti sociali lanciati dai grandi mezzi di comunicazione e dunque far sì che attraverso l’esempio di comici, presentatori, cantanti, star del cinema, l’integrazione diventi un valore condiviso e da imitare».

Ma tanti immigrati sono davvero necessari?
«Credo sia conclusa l’epoca in cui l’Italia o la Germania potevano affrontare la questione da soli. Sono persuaso che si vada verso una politica concertata a livello europeo; certo non possiamo aprire le porte a tutti gli immigrati ed è giusto considerare le paure diffuse nella popolazione, ma non possiamo ignorare che viviamo in Paesi dove il livello demografico decresce rapidamente; dunque dobbiamo mischiare il sangue. Inoltre nonostante la disoccupazione, gli europei rifiutano di fare determinati mestieri e dunque è necessario ricorrere agli immigrati per coprire i posti vacanti».

Quale Paese può servire da modello?
«I criteri d’integrazione devono essere quelli francesi, ma riguardo al metodo dobbiamo guardare oltre Oceano. Perché negli Stati Uniti la religione, nemmeno l’Islam, è d’intralcio? Per tre ragioni: primo, ancora oggi è il paese del Sogno che consente di uscire dalla miseria, lavorando duro. Secondo: gli Stati Uniti hanno uniformato costumi e comportamento sociali attraverso la tv e Hollywood. Terzo, la costituzione Usa rappresenta un modello ideale di giustizia nel quale anche un immigrato può identificarsi. Insomma, anche l’Italia dovrebbe imitare gli Stati Uniti, pur mantenendo la propria specificità».
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