«Socrate e Buddha? Saggi, ma Gesù è Dio»

Nel testo, già consegnato alle autorità cinesi, un appello in favore della libertà religiosa

da Roma

Oggi Gesù «è considerato anche come uno dei grandi fondatori di religioni, da cui ognuno può prendere qualcosa per formarsi una propria convinzione» ed è paragonato «a Buddha, Confucio, Socrate» ma non viene riconosciuto nella sua unicità, come messia figlio di Dio. Lo ha affermato ieri mattina Benedetto XVI nell’omelia della festa dei santi Pietro e Paolo, prima di imporre a quarantasei nuovi arcivescovi metropoliti provenienti da tutto il mondo - tra i quali gli italiani Bagnasco (Genova), Romeo (Palermo) e La Piana (Messina) - il pallio, la piccola sciarpa di lana d’agnello decorata con croci nere che sottolinea lo speciale legame con il Pontefice.
Il Papa è tornato ancora una volta a meditare sulla «confessione di Pietro», cioè sul riconoscimento della divinità di Gesù che il primo degli apostoli fece, sottolineando come questa sia «inseparabile dall’incarico pastorale a lui affidato nei confronti del gregge di Cristo». E ha parlato della domanda che Cristo rivolge ai suoi: «E voi chi dite che io sia?». Una domanda cruciale da duemila anni di fronte all’unico uomo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita». Secondo tutti gli evangelisti, la «confessione» di Pietro avviene in un momento decisivo della vita di Gesù, quando, dopo la predicazione in Galilea, egli si dirige risolutamente verso Gerusalemme dove sarà crocifisso. «I discepoli - ha detto il Papa - sono coinvolti in questa decisione: Gesù li invita a fare una scelta che li porterà a distinguersi dalla folla per diventare la comunità dei credenti in lui, la sua “famiglia”, l’inizio della Chiesa».
Benedetto XVI ha continuato spiegando come vi siano «due modi» di «vedere» e di «conoscere» Gesù. Il primo, quello della folla, più superficiale, «l’altro, quello dei discepoli, più penetrante e autentico». Prima il Nazareno domanda che cosa la gente dica di lui, invitando «i discepoli a prendere coscienza di questa diversa prospettiva». La gente, infatti, pensa che Gesù sia un profeta. «Questo non è falso - aggiunge Ratzinger - ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità».
Anche oggi, ha continuato il Papa, accade così: «Molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno. Grandi studiosi ne riconoscono la statura spirituale e morale e l’influsso sulla storia dell’umanità, paragonandolo a Buddha, Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi personaggi della storia. Non giungono però a riconoscerlo nella sua unicità. Viene in mente ciò che disse Gesù a Filippo durante l’Ultima cena: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?”».
«Spesso Gesù - ha aggiunto ancora Benedetto XVI - è considerato anche come uno dei grandi fondatori di religioni, da cui ognuno può prendere qualcosa per formarsi una propria convinzione». Come allora, dunque, anche oggi la gente «ha opinioni diverse su Gesù». Ma come allora, «anche a noi, discepoli di oggi, Gesù ripete la sua domanda: “E voi, chi dite che io sia?”. Vogliamo fare nostra la risposta di Pietro... “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”».
Che cosa era dunque difficile da accettare per la gente a cui Gesù parlava? Che cosa continua ad esserlo anche per molta gente di oggi, si è chiesto Ratzinger? «Difficile da accettare è il fatto che egli pretenda di essere non solo uno dei profeti, ma il figlio di Dio, e rivendichi per sé la stessa autorità di Dio. Ascoltandolo predicare, vedendolo guarire i malati, evangelizzare i piccoli e i poveri, riconciliare i peccatori, i discepoli giunsero poco a poco a capire che egli era il messia nel senso più alto del termine, vale a dire non solo un uomo inviato da Dio, ma Dio stesso fattosi uomo». «Nella professione di fede di Pietro - ha concluso - possiamo sentirci ed essere tutti una cosa sola, malgrado le divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato l’unità della Chiesa con conseguenze che perdurano tuttora». Parole ancor più significative, dato che a fianco dell’altare, in San Pietro, sedeva la delegazione inviata dal patriarca ecumenico di Costantinopoli.