Soffiantini e il rapitore. "Costretto dal giudice a vederlo ogni giorno"

Il tribunale ha imposto al basista del sequestro di non allontanarsi dal paese dove vive la vittima. L’imprenditore bresciano: "Ma perché ha mandato Raimondi
proprio qui? È il più colpevole"

nostro inviato a Manerbio (Brescia)
«Un gelato al fior di latte, affogato nel caffè, ogni domenica, là, a quel tavolino, il Soffiantini con gli amici non mancano l’appuntamento». Anche il Raimondi. Il bar gelateria sta di fronte alla chiesona di San Lorenzo, li divide una lingua di strada piena di camion e di automobili. Il resto è roba piccola, il resto è vita ordinaria. Storia tipica italiana, località di Manerbio, oltre Brescia. Una decina di cittadini agli arresti domiciliari, erano 25 due anni fa, un omicida che ha scontato quattro mesi in galera, un anno e mezzo al domicilio coatto e oggi va e viene libero e bello, quasi una dozzina in libertà vigilata, roba di droga e furti, la criminalità, micro e macro, è una macchia d’olio fritto, puzzolente anche in queste terre fertili ma quasi addormentate. Sono cambiate tante cose da quei giorni di tormento e di paura, il parroco che aveva ricevuto la prima lettera dei sequestratori che chiedevano 20 miliardi di lire, don Gennaro Franceschetti, non c’è più, da vescovo di Fermo tre anni orsono ha lasciato la terra per il paradiso. È cambiato il sindaco, sono cambiati i nomi delle strade, Manerbio si è data una mossa per essere ubertosa e ridente.
C’è poco da ridere per Giuseppe Soffiantini, rapito dieci anni fa, per otto mesi tenuto incatenato, liberato in cambio di cinque miliardi di lire insieme con la vita di Samuele Donatoni, ispettore del Nocs morto nel conflitto a fuoco (amico) coi rapitori.
Dieci anni dopo Giuseppe Soffiantini vive con l’ombra appresso di uno dei galantuomini che lo portò via, la sera del diciassette di giugno del Novantasette, il Raimondi, appunto: «Questa cosa proprio non sono riuscita a capirla, come un giudice possa avere imposto a Pietro Raimondi l’obbligo di dimora a Manerbio. Proprio lui che era il responsabile del mio sequestro perché ha raccontato un sacco di balle sul mio patrimonio e invece me lo trovo al bar dove vado a prendere il caffè» ha detto Soffiantini intervenendo a Porta a Porta. È il bello della vita in diretta, il colpo di scena quotidiano di chi fa l’inganno ma trova le leggi, di chi fatica a capire dove incomincia la giustizia e dove finisce la sicurezza.
Pietro Raimondi, oggi è un pensionato, allora fu il basista del sequestro. A Manerbio nessuno voleva credere che fosse coinvolto. Sì, qualche pendenza per stupefacenti, forse era il postino di spacciatori malefici, cinquantamila lire gli avrebbero sistemato la giornata. Ma il basista di un sequestro no. Eppure.
Adele Mosconi, moglie di Giuseppe Soffiantini, sta dietro il cancello della villa, quasi tremante, come se questi anni non fossero mai passati, come se i tre delinquenti con passamontagna e pistole fossero davanti a lei e a Giuseppe: «Mio marito non c’è, non voglio sapere più nulla di questa storia e non posso dirle altro». Si allontana impaurita.
Manerbio è appena dietro due curve, nel tulle appiccicoso di questo ottobre che non vuole farsi autunno. Il bar gelateria o l’altro, di fianco alla stazione, sono i passaggi quotidiani del Raimondi. La seconda Corte di assise di Roma l’aveva condannato a 13 anni e quattro mesi di reclusione, il pm Ionna aveva richiesto vent’anni. Raimondi, dopo nove di gabbio a Viterbo, era stato rimesso in circolazione, con l’obbligo di non lasciare Manerbio e di presentarsi quotidianamente per la firma nella caserma dei carabinieri di San Gervasio. Mai saltato un giorno. Qui si è presentato anche ieri sera. Ha appoggiato la bici al cancello, ha salito tre gradini, ha salutato con un sussurro i militi, ha poi messo la firma sul registro come da sei anni in qua. «Ci fu un un tempo in cui venne operato alla spalla destra e allora non circolava in bici, a piedi raggiungeva la caserma dove lo aiutavano a firmare» ricorda un pensionato che chiede di non essere citato: «Il paese è piccolo e il Raimondi ha fatto cose cattive». Cose cattive, così, come una nota sul diario di scuola.
Dopo la firma, ieri sera, il basista è tornato nel suo alloggio popolare, nel centro storico, dietro piazza Italia, quasi un vicolo, il portone grigiastro, la targhetta blu autoadesiva con il nome e il cognome, c’è un altro inquilino in questa casa bassa senza anima. Raimondi al mattino monta in bici e va sul Mella, gli piace pescare al fiume, trote e lucci, ogni tanto i carabinieri gli stanno attorno, a distanza, controllano le sue frequentazioni, nulle; il codice gli permette di stare a Manerbio, non c’è reato anche se la logica e il buon senso, che non sono scritte sui tomi di legge, suggerirebbero luoghi e itinerari diversi. A 63 anni Raimondi vive della pensione, la gente finge di non conoscerlo: «Non l’ho mai visto qui dentro» dice il titolare della gelateria, tentando una debole e inutile memoria difesa. Domani, prima di pranzo, Giuseppe Soffiantini e i suoi quattro amici al bar, andranno al solito tavolino, un affogato al caffè con fior di latte, sbirciando verso il bancone. La bicicletta del Raimondi dovrà cambiare giro. Qualche testa illustre ha ascoltato le parole di Soffiantini in tivvù e ieri mattina ha preso il telefono, decidendo di intervenire. All’italiana, cambiando il bar ma non il giudice della beffa.