Sofri inventa un’altra favola per convincere i delusi

Fra le tante simpatiche storielle che nei giorni scorsi sono state raccontate per onorare i due grandi congressi che passeranno alla storia come l’inizio di quel lieto evento che sarà la nascita del nuovo Partito democratico la più simpatica è certamente la fiaba che Adriano Sofri ha esposto in diverse forme scritte e orali, riassumendone il sugo nel dialoghetto che l’altra sera, a Otto e mezzo, paraninfo Giuliano Ferrara, ha intrecciato col suo vecchio amico Fabio Mussi.
Provo a riassumerla. Una volta la sinistra voleva fare la rivoluzione, ora vuole soltanto vincere le elezioni. Prima voleva cambiare il mondo, adesso vuole solo governare. Finora si era voluta «diversa», e a unire tutti i suoi figli era appunto il sentimento della loro «diversità», e forse proprio questa fiera convinzione li aveva resi un tantinello antipatici, ma ormai questa vecchia signora è diventata simpatica, tanto simpatica, troppo simpatica. È diventata così simpatica che il nuovo partito che intende creare si potrebbe definire, appunto, il partito della simpatia. Giacché il suo principale contrassegno, la sua massima risorsa, il suo supremo ideale non è il suo anelito riformatore; e nemmeno la sua vocazione progressista; e meno che la sua strepitosa cultura, ma la mutua simpatia che sta spingendo tutti i suoi figli a unirsi in un solo simpatico partito, e la simpatia collettiva e multanime che il medesimo partito potrà presto sventolare come una bandiera in faccia a tutti quei disgraziati che, essendo negati a ogni forma di umana simpatia, non riusciranno a trovare simpatici nemmeno quei simpaticoni che finalmente stanno creando un partito fondato appunto sul culto dell’umana simpatia.
Questa, naturalmente, della storiella proposta da Sofri non è soltanto una fedele sinossi. È anche una rispettosa enunciazione esplicita dei suoi silenziosi presupposti etici ed estetici. Fra i quali pensavamo che figurasse in primo luogo l’idea che la principale virtù dell’homo sinistrorsus fosse l’estrema prudenza con cui, prima di decidersi a scoprire una qualsiasi verità, o a riconoscere una qualsiasi evidenza, o a confessare un qualsiasi suo errore, non manca mai di onorare la sua proverbiale coscienziosità votandosi per anni, decenni e talvolta secoli ai più prolissi travagli, alle verifiche più circospette, alle dilazioni più cautelose. Ma non è così. L’apologo di Sofri è scaturito da una ben diversa scoperta. Anzi da un solo ragionamento, consistente nella rigorosa deduzione di un’inoppugnabile conclusione da due elementari premesse: il nuovo partito democratico è per definizione simpatico; di questo partito fa parte anche Adriano Sofri; dunque Adriano Sofri è per definizione un «simpaticone». Quanto tempo impiegherà il nascente Partito democratico ad assimilare la logica profonda di questo impeccabile sillogismo?
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