Solo Fabrizio è un vero simbolo

Che cos'è un «Simbolo»? Un «Simbolo» è un qualche cosa, che può essere una musica (come l'inno Nazionale), un particolare abbigliamento (il kilt per gli scozzesi, ad esempio), ma anche una danza, una poesia, un oggetto particolare, un particolare cibo, o un monumento, che ha l'importantissima funzione di racchiudere in sé, e trasmettere al mondo intero, e ai posteri, una serie di informazioni sulla società che lo ha espresso. Il «Simbolo», racchiude infatti, in sé, per definizione, i valori di una società, la sua organizzazione, le sue finalità ideali. Questo riferimento ai «valori di base» e alle tradizioni ideali, è particolarmente importante nei periodi storici in cui la gente è più turbata da sconvolgimenti quali guerre, terrorismo, epidemie o gravi tensioni sociali e tutti noi guardiamo agli uomini politici dei diversi paesi con fiducia mista ad apprensione, pronti a tessere le loro lodi se «riescono a evitare una guerra» e le esplosioni di mania distruttiva che ne conseguono. Tuttavia, secondo Victor Cherbuillez, dal 1500 a.C. al 1869 d.C., sono stati firmati non meno di ottomila trattati di «pace permanente», e ciascuno non è durato in media più di due anni... Eppure è opinione assai comune che l'umanità sia formata da gente per la maggior parte perfettamente equilibrata! Possiamo essere certi di non ingannarci? (come peraltro sostiene Erich Fromm).
Ho letto che a Genova, da un lato qualcuno vorrebbe intitolare una strada a Fabrizio Quattrocchi, che ha avuto il coraggio, prima di essere ucciso di pronunciare una frase che ci onora, e dall'altro un assessore comunale vorrebbe addirittura indire un concorso (forse internazionale?) per realizzare un monumento a Carlo Giuliani, lo sfortunato giovane purtroppo morto durante gli scontri del G8.
Mi chiedo, in quest'ultimo caso, quali possano essere i parametri di riferimento per l'artista: il passamontagna con cui egli si copriva il volto per non farsi riconoscere? L'estintore che aveva in mano e stava per lanciare contro le forze dell'ordine? Le macchine o i negozi distrutti da altri giovani come lui, magari vestiti di nero? O le molte migliaia di giovani, e meno giovani, che in quei giorni hanno sfilato pacificamente, per manifestare, in modo civile, e ordinato, e non certo simile a quello del povero Giuliani, il loro dissenso dalla «globalizzazione», per loro rappresentata dagli 8 Capi di Stato riuniti insieme?
Ma torniamo ai simboli: Bion li definisce come «scatole vuote», che hanno senso solo se sono in grado di veicolare emozioni; come nelle favole, che possono avere infiniti significati simbolici, ma che acquistano una «effettività» solo quando possono stabilire una relazione emotiva significativa fra chi racconta e chi ascolta .
Noi Genovesi in quanto tali, condividiamo una serie di «Simboli» che ci caratterizzano,(la Lanterna, il pesto, Balilla ecc.) pur dividendone altri con gli Italiani di altre regioni (l'inno nazionale, la pasta), e con milioni di altri cittadini occidentali (la religione, l'abbigliamento), ed ogni volta che qualche amministratore con velleità narcisistiche ha provato a declassarli, sostituendoli con altri, è incorso in vere e proprie rivolte popolari finalizzate a proteggere, insieme agli amati «Simboli», anche la propria identità. L'identità di una città passa, infatti, attraverso «Simboli» condivisi da tutti i cittadini, e non solo da una parte di essi, se no, come nelle favole, si tende a vedere solo l'interpretazione che fa comodo in quel particolare momento, a un particolare gruppo di persone, senza più contatti con la realtà. Un «Simbolo» deve essere un punto di riferimento e di ispirazione per tutti.
E allora sì alla strada in onore di Quattrocchi che simboleggia un atto di grandissimo coraggio nel momento terribile della morte più violenta, e che ha fatto sentire tutti noi un po' più fieri di essere italiani, e decisamente no ad un monumento con nessun riferimento possibile né a simboli né a ideali.
*Università di Genova